Le destre sono tante: riuniamole

By Redazione

luglio 28, 2012 politica

È probabile che la diaspora sia irreversibile. Ma è certo che la Destra diffusa è ben viva e perfino operante. Rimane, incontestabilmente, l’aspirazione ad una sua ricomposizione politica, ma le condizioni sembrano proibitive non tanto per l’indisponibilità di una non marginale porzione di elettorato a riconoscersi in essa, quanto per la mancanza di uno o più «federatori» disposti ad assumersi il ruolo di mettere assieme le tessere di un mosaico finito in pezzi per il progressivo sfaldarsi di una comunità umana sotto le spinte di aggressivi personalismi.

La Destra, insomma, è politicamente sparita non al momento dell’accordo notarile che ha sancito la nascita del Pdl, ma molto prima, quando più o meno tutti i suoi esponenti di vertice si sono resi conto che la spinta propulsiva di quell’aggregazione nata a Fiuggi nel 1995 si era esaurita. Diciassette anni dopo la Destra post-Msi e post-An s’interroga sul suo smarrimento ed è tentata (ma solo tentata) dal ritrovarsi in un unico contenitore, con la precisazione, anche da parte di coloro che dimostrano maggiore inclinazione in tal senso che mai e poi mai sarebbero disposti ad un pigro “ritorno a casa”. Li si può comprendere: dopo averla inopinatamente sfasciata sarebbe quanto meno schizofrenico ricostruirla in formato ridotto.

Tuttavia non mancano segnali importanti che indicano come quella che chiamo non da oggi, ma da anni, «Destra diffusa» possa comunque avere un ruolo politico significativo nella fase di scomposizione dell’attuale sistema partitico e nella sua inevitabile ricomposizione. Le forme di accentuazione delle tematiche di democrazia diretta e, sia pure sottotono, di quelle maggiormente afferenti alla sovranità – politica, economica, culturale – cui le soggettività destriste stanno portando avanti (anche al fine di marcare le differenze con un ceto neo-centrista improvvisamente dimostratosi aggressivo ed intollerante nello stesso Pdl, di provenienza perlopiù forzitaliota, con l’apprezzabile neutralità infastidita di coloro che provengono dall’area liberal-socialista) indicano che una linea di demarcazione identitaria è nell’ordine delle cose se s’intende incidere nelle scelte politiche che riguardano non soltanto un contenitore-partito, ma i destini stessi del centrodestra e, dunque, del Paese.

Da qui, dalla riemersione del presidenzialismo (sia pure dimesso ed improvvisato, come risulta dal testo approvato al Senato), dalla proposta di introdurre le preferenze in un sistema che sta ridiventando proporzionale (e non vi è chi non rilevi la contraddizione con la professione di fede bipolarista e maggioritarista) e dalla battaglia per le primarie (immagino a tutti i livelli, dunque anche nella scelta dei candidati al Parlamento, se non altro per coerenza), la Destra dimostra una caratterista tutt’altro che formale nel volersi porre come antesignana di una «rivoluzione» costituzionale caratterizzata dall’integrazione del principio decisionistico dell’autorità con quello comportamentale della libertà vincolata al patriottismo dei doveri verso la comunità nazionale.

La manifestazione che l’altro giorno, promossa principalmente da Andrea Augello, si è dispiegata in piazza San Giovanni a Roma sui temi richiamati, con grande concorso di cittadini, è il segno più evidente che il grande tema della partecipazione, cui pure era intitolata, è profondamente sentito in larga parte di quell’elettorato che cerca insistentemente un approdo partitico dopo le delusioni registrate (e sopportate) negli ultimi anni. Se poi Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Giorgia Meloni – e cito i più rappresentativi – molto si stanno spendendo per le preferenze e le primarie, mentre il sindaco di Roma Gianni Alemanno prova a coinvolgere la cosiddetta società civile nel suo progetto di rinnovamento che caratterizzerà la campagna elettorale per la riconquista del Campidoglio, vuol dire che il muro dell’indifferenza nella Destra è caduto e che, dunque, comunque tali sommovimenti li si voglia interpretare, non è certo il caso di sottovalutarli o addirittura di demonizzarli al fine di svuotarli.

Che la Destra si riprenda il suo spazio è più che naturale finché ha idee da spendere che, al di là delle stesse intenzioni di chi le incarna, emergono in virtù della loro forza a fronte dei tempi che sembrano richiamarle sul proscenio: vale per il sovranismo, come per il presidenzialismo decisionista, come per la rappresentatività organica dei ceti e del territorio. Ma vale soprattutto per quella concezione dell’identità che quando sbiadisce una nazione affoga, mentre ad essa sola è possibile riferirsi nel tentativo di ricomporre la necessaria coesione per affrontare le prove più dure che innegabilmente l’avvenire ci riserverà.

A questa Destra in movimento, che non vuol soltanto mostrare i muscoli al Cavaliere ed ai suoi sodali, non dovrebbero essere estranee tutte le Destre che nel frattempo si sono formate e differenziate, a cominciare da quella di Francesco Storace che è una realtà di indiscutibile attrattiva elettorale oltre che di coerente soggettività politica con la quale gli antichi compagni di strada devono riprendere il filo di un discorso non tanto per simpatia, quanto per la necessità che trascende i motivi stessi della diaspora venuti meno man mano che si manifestava la fragilità del Paese e l’inconsistenza della politica a farvi fronte. E così nei confronti di Silvano Moffa e della sua Azione popolare, di Pasquale Viespoli e della sua Coesione nazionale, di Adriana Poli Bortone e del suo generoso «sudismo» e di tante altre componenti l’impalpabile Destra diffusa.

Non è un soggetto declinabile politicamente, ma che potrebbe e dovrebbe interagire con le Destre impegnate nelle istituzioni, il neo-movimento (non saprei se è corretto definirlo così) di raccordo tra intellettuali di area appena lanciato con passione ed intelligenza da Marcello Veneziani e condiviso da tanti dispersi frammenti di intelligenze critiche, ma animate dall’ansia di riannodare ciò che è stato stupidamente slegato. Potrebbe diventare il perno intorno al quale far ruotare una nuova forza tutt’altro che in antitesi alle altre forze che si riconoscono nel centrodestra ma che con queste, anzi, dovrebbe interagire. Se la Destra c’è, dunque, perché continuare a negarla? Le si dia una forma affinché la si possa riconoscere.

(Il Tempo)

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