Da Olimpia a Londra

By Redazione

luglio 27, 2012 Cultura

I Giochi Olimpici sono un invito all’unità dei popoli. Col risultato che nel villaggio possono incontrarsi tutte le più svariate delegazioni dell’emisfero sportivo, per inviare un messaggio di unione e fraternità al mondo intiero. I giochi vennero introdotti nel 776 a.C. ad Olimpia in onore di Zeus, e quasi un anno prima di ciò, venne sancita la pace olimpica , che permise agli atleti di poter viaggiare liberamente per raggiungere il villaggio delle competizioni. Nel periodo dei Giochi non si poteva combattere, e nemmeno discutere a casa propria. Si arrivò al punto di sospendere la guerra tra Persiani e Greci, per poter permettere ai soldati di partecipare alla competizione. Compiendo quell’esigenza antichissima di potere transitare liberamente, ora il CIO ha perfezionato un passaporto olimpico per viaggiare con più libertà, riprendendo in pieno certe considerazioni dell’antichità. Quindi antichità, oltre al suo normale significato, può voler dire anche modernità d’ idee e usanze.

Ma cosa caratterizzava gli atleti in quel lontano periodo epocale? Quali arcaiche tradizioni hanno ispirato i giochi moderni? Molti di loro, e soprattutto gli organizzatori, si ispiravano alle divinità di Apollo e Dioniso. Il primo, era il culto organizzato, regolato, armonico. Il secondo, rappresentava l’abbandono, la festa e il giubilo. Nella mitologia i due erano amici e, Apollo, metteva a posto e indirizzava tutto ciò che Dioniso scompaginava. La festa celebrativa dei giochi era dionisiaca, festosa, allegra, e meno rigida. E fu subito molto chiaro che le Olimpiadi nacquero per unire le persone e che l’idea stessa dei giochi fosse quella di mostrare che il mondo doveva essere uno e indivisibile, cosa questa imprescindibile dal valore stesso degli elementi religiosi insiti nelle Olimpiadi. I primi atleti dovevano mostrare una perfezione quasi assoluta, in quanto competevano oltre che nelle prove fisiche , anche nei test intellettuali ed artistici, dovendo obbligatoriamente primeggiare in ogni campo per poter diventare il vincitore universale. In primis, dovevano cimentarsi nello sport, poi in discorsi e discussioni filosofico-intellettuali, intrattenendosi con il pubblico più colto, ed infine confrontarsi in gare di danza, di canto e uso di uno strumento musicale. L’impegno preminente era dimostrare di essere al di fuori di ogni possibile alterazione fisica e morale; l’etica ante omnia. Non avrebbero minimamente concepito, e forse mai creduto, che lo sport potesse essere oggetto di trucchi e mistificazioni, di ricatti e furberie, di droghe e gare pilotate. Apollo non l’avrebbe mai permesso e Dioniso ne sarebbe morto di dolore. Alla feste del dopo gara bevevano, ridevano e scherzavano, poi si addormentavano ebbri di vino e gloria. Non sconquassavano ciò che gli aveva accolti, distruggendo sedie e tavoli, rubando animali imbalsamati e degenerando nel ridicolo. No, non avrebbero mai fatto quanto, invece, è accaduto ad una squadra di seria A, ieri sera, in ritiro precampionato.

A loro sarebbe bastata una festa tra atleti, non avrebbero mai compreso la bestialità e la devastazione in ambito sportivo. Ma, sappiamo bene com’è concepito lo sport in Italia! Nel 404 a. C., durante i Giochi, gli organizzatori furono sul punto di pronunciare una condanna a morte contro uno spettatore. Quest’uomo, spinto dall’eccitazione vedendo la vittoria del giovane pugile Pisidoro, saltò le barriere dell’arena per abbracciarlo. Con tal gesto, i suoi vestiti si alzarono dimostrando che in realtà non era un maschio ma una donna, la madre del vincitore. La punizione dovuta era la morte, ma alla donna -avendo partorito quattro vincitori olimpici- e, quindi, essendo divenuto il suo ventre sacro, i giudici decisero di venire incontro, trascurarndo il reato. Successivamente, anche agli allenatori venne imposto di presentarsi nudi durante i giochi di Olimpia e da qui nacquero anche i giochi lesbici, sull’isola di Lesbo e i giochi di Hereos. La nudità non era vista di buon occhio, nonostante non vi fosse alcuna discriminazione fondata sull’orientamento sessuale; non esisteva ancora un indirizzo che delineasse l’omosessualità. Il corpo degli atleti era ricoperto di olio d’oliva e impregnato con la polvere del Monte Parnaso. Dopo la competizione con un coltello ricurvo, veniva tolta la polvere dalla pelle dei partecipanti, imbrattati di sudore e di sangue, e questa miscela di liquidi veniva usata come afrodisiaco: l’utilizzavano le donne ungendosi i loro corpi allo scopo, in seguito, di partorire uomini forti, saggi, e di spirito. Chi vinceva i Giochi Olimpici non veniva ricompensato con denaro, ma le Olimpiadi, il cui periodo distava 4 anni dal successivo evento, avrebbero portato il suo nome.

I premi materiali potevano consistere in due o tre mele, tre nastri su ciascun braccio e uno in testa, insieme con la famosa corona di alloro o di olivo. Pensate un po’ quanto intascherà un Bolt, una Pellegrini, un Phelps…! Inoltre veniva ordinato, dagli organizzatori dei Giochi, di creare una statua con le sembianze del vincitore, da posizionare nel tempio di Zeus e nella città nativa dell’atleta, poiché la sua vita, la sua maniera di pensare, di camminare, di comportarsi, tutto quello che lo rappresentava, era considerato -in quel momento- la cosa più vicina ad un semi-dio, all’uomo perfetto. In antichità, a differenza dei Giochi Moderni, vi era un solo vincitore per ogni evento: quello era il trionfatore delle Olimpiadi; non esisteva un secondo o terzo posto. Esiste una narrazione mitologica la quale imputa agli dei la creazione di quattro specie umane. La prima, era attribuita agli uomini d’oro, che erano perfetti e sarebbero diventati divinità; la seconda era ascritta agli uomini d’ argento e, infine, agli uomini di bronzo. In seguito, venne il turno degli uomini, una specie questa imperfetta, normale, a cui Prometeo in soccorso donò loro il fuoco. Questo racconto ha dato l’ispirazione, in epoca moderna, affinché fossero introdotti anche gli altri piazzamenti fino al terzo: oro, argento e bronzo, con il metallo giallo più identificabile a quella perfezione della prima specie. Tutti eleggono il famoso Pierre de Coubertin come il creatore dei moderni Giochi Olimpici, ma invero vi sono stati altri personaggio molto importanti relativamente alle Olimpiadi, come il greco Evangelios Zappas, che creò tali giochi prima dello stesso de Coubertin; il frate anglicano Thomas Arnold, a cui è dovuta l’educazione fisica nelle scuole, poiché promulgatore del cristianesimo muscolare; il monaco domenicano Henri Didon, amico di Coubertin che creò il lemma olimpico: “Più alto, più lontano, più forte “.

A volte, a causa della televisione e dei giornali, si mina il valore di ciò che le Olimpiadi significano realmente, in quanto esse rappresentano un evento globale “sacro”, -non nel concetto puramente cristiano, sebbene sia stato proprio quest’ultimo, in un certo senso, a dare vita ai moderni giochi di Olimpia , grazie ai contributi di Arnold e Didon,- un avvenimento di altissima sacralità etica e morale. In essi si unisce tutto quello che significavano i giochi intorno ad Apollo e Dioniso, e dopo, col culto a Zeus, si liquefece la parte fisica con quella mentale e artistica. Ora passiamo ai Giochi Olimpici di Londra e diciamo subito che… Ma no! Che senso ha parlare di un evento già oltremodo trattato da mesi; spero vi siate goduti questo mio pezzo sulla storia e la mitologia delle Olimpiadi antiche e moderne. Riguardo al presente, a Londra, a Bolt, alla Pellegrini, ai record, alla boxe, alla ginnastica ritmica, a Phelps, a Napolitano nel villaggio olimpico, vi consiglio di ricorrere alla televisione, io mi accontento di avervi fatto conoscere, se mai già non le aveste sapute, le curiosità leggendarie del più grande evento sportivo di tutti i tempi.

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