Il maratoneta senza patria

By Redazione

luglio 24, 2012 Esteri

Guerra, politica e sport sono indivisibili e un atleta in cuor suo lo sa. Se nasci in tempo di pace in un paese ricco sei fortunato, allora tutto è più facile, altrimenti sei costretto a partire da lontano e la corsa, dicono, sembra non finire mai. Non è questo che distingue un velocista da un maratoneta: questa è la storia di Guor Marial, l’atleta indipendente, e del suo sogno olimpico. 

Allenarsi a vincere è il suo mestiere. Brama la gara per istinto. A volte poter giocare la partita è già tanto, partecipare certo, ma sentire il peso della medaglia al collo resta il suo obiettivo. Poi ci sono gli stati, i governi e i popoli, ci sono le leggi e le bandiere. C’è chi corre per se stesso e chi non tradirebbe mai la sua gente, neppure per amore.

Marial era pronto a sacrificare tutto. Si qualifica a Minneapolis, correndo 42 chilometri in 2 ore, 14 primi e 32 secondi. Ma avrebbe rinunciato ai giochi di Londra se fosse stato necessario. La vita è fatta di scelte e per alcuni è particolarmente crudele. Guor nasce nel Sudan del sud, una terra sconvolta da 39 anni di guerra civile e la sua infanzia spezzerebbe anche i cuori più robusti. A otto anni viene rapito dai guerriglieri e trasferito in un campo di lavoro. Fugge, torna dai suoi e viene rapito di nuovo da un soldato amico che lo costringe a lavorare per lui. Otto membri della sua famiglia perdono la vita negli scontri. Poi decide di fuggire ancora, più lontano questa volta. «Partimmo io e mio zio e riuscimmo a ottenere lo status di rifugiati negli Stati Uniti».

Arriva nel New Hampshire, nella cittadina di Concord, dove si unisce alla squadra di atletica del liceo. Guarda le Olimpiadi greche e cinesi in tv aspettando il suo momento. Marial oggi ha 28 anni, vive a Flagstaff in Arizona e gli ostacoli non sono finiti. Le norme della Carta Olimpica prevedono la partecipazione di atleti appartenenti a stati internazionalmente riconosciuti. Il Sudan del sud rientra nei parametri, ma non ha strutture olimpiche e gli atleti se vogliono, devono gareggiare per Khartoum. È un limite e una condanna per gente come lui. La struttura che dovrebbe incarnare per eccellenza gli ideali di libertà individuali, che si inchina di fronte alle imposizioni della politica. Quell’organizzazione prende il nome di Comitato Olimpico Internazionale e fino a qualche anno fa, uomini come Marial, sarebbero stati sacrificati in nome della ragion di stato.

Il maratoneta nelle scorse settimane ha dichiarato: «Se avessi corso per Bashir, avrei tradito il mio popolo. Avrei disonorato due milioni di persone che sono morte per la nostra libertà» tra cui i suoi fratelli e sorelle. Fortunatamente dalla caduta del muro di Berlino si è affermato per prassi un percorso alternativo per i rifugiati. Nasce una nuova generazione di atleti senza patria, apolidi in cerca di vittorie. Vengono chiamati “indipendenti”. Per nove mesi il Cio ha meditato se concedere a Guor questo status o meno. Sabato l’annuncio. Il portavoce del Comitato, Mark Adams, afferma: «È venuto dal nulla e ha chiuso una maratona in 2 ore e 14. Incredibile». Questi giochi sono anche i suoi.

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