Il cerchio magico di Assad

By Redazione

luglio 23, 2012 Esteri

In cabina di regia c’è sempre lui, Bashar al-Assad, impegnato a dirigere la controffensiva contro i ribelli da Latakia. Pare che il presidente dopo l’attentato di mercoledì mattina, sia scappato in fretta e furia da Damasco e si sia rifugiato a nord della capitale. 

La notizia non è stata confermata, ma ieri Assad è apparso in forma smagliante sulla tv di stato fugando ogni dubbio. L’anatra di Damasco resiste, nonostante le ferite inferte al suo apparato governativo/militare e non si da per vinto. Lo dimostra la nomina a ministro della Difesa di Fahd – al Freij un’ora dopo l’uccisione di Daoud Rajiha. Una mossa volta a restituire credibilità ad un sistema di potere oramai danneggiato. Il “cerchio “magico” che proteggeva e sosteneva Assad sembra essersi finalmente spezzato in maniera irreparabile. Se le defezioni di generali e ufficiali della Guardia repubblicana non si sono rivelate efficaci per far crollare il sistema, si è passati alla fase successiva ossia colpire l’apparato dall’interno.

La morte di tre esponenti di spicco e il ferimento di altri due ha provocato uno squarcio all’interno del sistema. Un primo colpo il regime lo ha avvertito con la defezione di numerosi generali e ufficiali passati nelle fila dell’esercito libero siriano. Al momento sono 20 i disertori che hanno oltrepassato il confine siriano rifugiandosi in Turchia. L’ultimo in ordine di tempo è Manaf Tlass. Classe 1964, alto ufficiale della Guardia repubblicana, il più importante generale ad aver disertato l’esercito siriano e ora rifugiato a Parigi. Al di là delle ragioni politiche e strategiche, la sua “fuga” assume un valore simbolico di grande impatto: Manaf Tlass era il migliore amico di Bashar Al Assad, prima che le rivolte scoppiassero.

Tlass non è l’unico “amico” ad aver voltato le spalle al presidente. Nell’elenco dei “disertori” spiccano altri due nomi di punta, quello di Ayman Abdel Nour e di Akil Hashem. Il primo ha ricoperto a lungo la carriera di consigliere del presidente prima di abbandonarlo ancor prima che le rivolte divampassero. Nour ha lasciato la Siria dal 2007 e oggi dirige dagli Emirati Arabi, il sito All4Syria, uno degli organi d’informazione dell’opposizione siriana. Il secondo, Akil Hashem, oggi vive in esilio in America ed è un fervente sostenitore della causa dell’opposizione. Entrambi hanno abbandonato l’esclusivo “club del potere” per tempo. Se le defezioni in massa di ufficiali di alto rango non hanno di fatto contribuito a segnare la caduta del regime, lo stesso non si può dire dell’attentato di mercoledì.

L’attacco ha messo in luce profonde falle nell’apparato di sicurezza del presidente. Un attentato progettato con grande cura che sembrerebbe confermare la tesi più accredita: il kamikaze non avrebbe agito da solo; dietro la strage di gerarchi ci sarebbe un elemento vicino alla stretta cerchia di Assad. Ma chi fa parte del cerchio magico? Nell’apparato governativo messo in piedi da Assad fin dalla sua elezione nel 2000 (dopo la morte del padre Hafez) figurano essenzialmente fratelli, cugini e amici d’infanzia. E differenti sono gli incarichi di alto livello assegnati.

Maher al-Assad, fratello minore del presidente (ferito nell’attentato, secondo fonti non ancora confermate) è stato definito “il secondo uomo” più potente della Siria. Capo della Guardia Repubblicana, la forza d’elite incaricata di proteggere il regime da minacce interne, comanda la quarta divisione corazzata (considerato uno degli eserciti più attrezzati e altamente qualificati). Secondo in ordine di successione, ha la reputazione di essere eccessivamente violento. Si racconta che nel corso di un violento litigio Maher sparò e ferì su cognato Asef Shawkat. La sua ferocia ha raggiunto l’apice con le proteste di massa scoppiate nel 2011, dove centinaia di manifestanti sono caduti sotto i colpi sparati dalla sua artiglieria.

Al terzo posto in ordine d’importanza si colloca Rami Makhlouf, cugino di primo grado del presidente e figura di spicco dell’economia siriana. Nonostante le accuse di corruzione, Rami rappresenta il perno dell’economia nazionale siriana; senza il suo consenso non si possono fare affari in Siria. Attualmente Rami Makhlouf gestisce un vero e proprio impero finanziario: dalle telecomunicazioni (Syriatel) alle banche; dalle catene di negozi duty-free alle società di costruzioni; dalla compagnia aerea di stato ai canali televisivi della tv di Stato. Un potere piramidale dove i parenti più stretti occupano posti chiave nella società siriana controllandone l’aspetto economico, finanziario, logistico, strategico e garantendo nel contempo piena protezione al presidente.

Questo spiega in parte il motivo per cui Assad ha resistito fino ad ora, non mostrando segni di cedimento, almeno fino a mercoledì. La sopravvivenza del regime dipende per certi versi da elementi interni al suo stesso apparato. Politica e legami familiari hanno sempre caratterizzato il clan Assad. Da decenni i posti più rilevanti dell’esercito e dei potenti servizi segreti sono stati esclusivo appannaggio dei membri della famiglia, mentre i livelli inferiori del potere sono stati distribuiti principalmente agli alawiti e rappresentanti del partito Baath. Il medesimo discorso vale anche per l’ambito diplomatico, dove il 60% dei funzionari che occupano ruoli rappresentativi nelle istituzioni internazionali sono alawiti.

Solo il 10% è occupato da sunniti. Bashar ha dalla sua parte un esercito regolare “disciplinato”. Può contare su un’ armata di 12 mila uomini armati fino ai denti, e sui cosiddetti “ghost killers” o “shabiha”, ovvero mercenari pagati a peso d’oro (anche 5 mila dollari al mese). Ma è il clan a reggere l’intera struttura. Assad ha sempre amato circondarsi di collaboratori e fidi consiglieri, primo fra tutti il fratello minore Maher. Già nei primi mesi di governo, Maher convinse il fratello a chiudere ogni spiraglio di breve apertura politica, ossia promulgare riforme. E oggi, dall’inizio della rivolta siriana, le truppe di Maher hanno svolto un ruolo chiave nella violenta repressione, lasciando sul terreno 19.850 morti.

L’attacco di mercoledì può essere interpretato in svariati modi: come il fallimento dei servizi segreti e la vulnerabilità dell’apparato di sicurezza; come la prova provata che Assad non può più fidarsi di nessuno e che per questo motivo potrebbe perdere il controllo capillare del territorio o come l’inizio di una fine inesorabile. La domanda più ricorrente è “quando cadrà il regime?”. Forse domani o tra un mese, nessuno lo sa. Bashar, Maher e quello che rimane del loro “cerchio magico” sono stati colpiti in ciò che pensavano non potesse mai essere esposto a rischi. Il loro legame di sangue si è spezzato, in particolar modo con la morte di Assef Shawkat (l’uomo di umili origini asceso ai più alti ranghi del potere militare). Ormai non si torna indietro, ed è sempre più evidente che una via d’uscita futura non ci sarà. La dinastia Assad è pertanto destinata a crollare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *