La Cina compra i voti africani

By Redazione

luglio 21, 2012 Esteri

Non solo prestiti, scambi commerciali, importazioni di materie prime a prezzi vantaggiosi. La cooperazione tra Cina ed Africa cambia direzione: si rafforza politicamente affinché la voce dei Paesi in via di sviluppo – e di Pechino su tutti – acquisisca un peso maggiore nelle organizzazioni internazionali, a partire dall’Onu. 

È questo il nuovo obbiettivo stabilito dal Focac, il Forum per la cooperazione tra Africa e Cina, che si è tenuto in settimana a Pechino ed il cui esito, quest’anno, è riuscito a sorprendere la comunità internazionale: una dichiarazione programmatica di mutuo supporto tra 50 Paesi africani e la stessa Cina, all’interno delle Organizzazioni internazionali. 

In pratica un voto di scambio: Pechino si impegna ad aprire una nuova, ingente linea di credito per l’Africa (20 miliardi di dollari americani, esattamente il doppio rispetto ai prestiti stanziati nell’edizione precedente del Focac, nel 2009). E l’Africa contraccambia votando, all’Onu e non solo, in linea con il Dragone.

A chiarire bene il concetto è il presidente Hu Jintao: «Cina ed Africa – ha detto – intendono lavorare insieme per aumentare il coordinamento negli affari internazionali, per promuovere la democrazia ed un armonioso sviluppo globale. Dobbiamo opporci alla pratica dei grandi che opprimono i piccoli, dei forti che dominano i deboli». Un’allusione chiarissima al progetto di ridimensionare il ruolo internazionale degli Stati Uniti, un piano a cui la Cina lavora, alacremente ma con scarso successo, sin da quando – negli anni Cinquanta – si schierò con il blocco dei Paesi non allineati. Per la Cina, quella di stringere alleanze con regimi dittatoriali (e di vanificare così i blandi sforzi di isolamento delle Nazioni Unite), non è una pratica nuova. Abbiamo visto Pechino votare contro le sanzioni al Sudan ai tempi della guerra civile solo perché il Paese esportava verso il gigante asiatico greggio a prezzi stracciati.

La vera novità è l’outing. Il presidente cinese, conscio di rappresentare una potenza, al momento soltanto economica, cerca in Africa legittimità politica. Ma il potere non si compra. Lo si guadagna faticosamente sul campo. E rendere palesi questi sforzi di aggregazione in nome di una convenienza economica, ottiene il solo effetto di delegittimare proprio quelle istituzioni – peraltro già morenti – all’interno delle quali la Cina cerca di emergere. Così facendo il Dragone può solo affossare l’Onu. E non è detto che sia un male.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *