Il trilemma dell’Italia

By Redazione

luglio 20, 2012 politica

La situazione presente, mi sembra, ci offre un quadro abbastanza chiaro delle possibilità che ci stanno di fronte. Semplificando, forse eccessivamente, credo che possiamo avere solo due delle seguenti tre cose: il welfare tradizionale, l’euro e lo sviluppo economico. Vediamo.

Il primo caso è già sotto i nostri occhi: abbiamo l’euro e abbiamo il welfare tradizionale, i cui costi astronomici hanno fatto raggiungere alla spesa pubblica qualcosa come il 52% del prodotto interno lordo. Ma non abbiamo la crescita: il pil è in diminuzione, la disoccupazione ha superato il 10% (per la prima volta da molti anni), la disoccupazione giovanile (dato da prendere con le molle, come ora dirò) supera il 36%, c’è una moria generalizzate di piccole e medie imprese, artigiani e commercianti sono in gravi difficoltà e i consumi, anche di beni in genere restii a subire cali, sono in forte diminuzione (carburanti -20%, sigarette -10%).

Prima di passare alle altre possibilità, voglio chiarire perché la disoccupazione giovanile non mi commuove. La disoccupazione storicamente è stata sinonimo d’indigenza: nel 1929 essere disoccupati significava non avere alcun reddito, fare la fame. La disoccupazione giovanile attuale nulla ha a che vedere con l’indigenza, è anzi un indice di ricchezza. I nostri disoccupati in giovane età, infatti, non fanno la fame, non dormono sotto i ponti, non girano scalzi, ignudi e affamati; nella maggior parte dei casi vivono con i genitori, sono nutriti, alloggiati, ben vestiti e riccamente intrattenuti. Né sono senza lavoro perché non riescano a trovarlo, ma perché quello disponibile non è di loro gradimento: non si sognano nemmeno di raccogliere pomodori o ulive, non lavorerebbero mai come sguatteri nelle cucine di ristoranti o ospedali, non prendono nemmeno in considerazione la possibilità di lavorare prima per e poi con un artigiano.

No, quelli sono tutti lavori molto di sotto ai loro meriti, offensivi per chi ha conseguito un diploma (a valore legale) in sociologia della menopausa o in psicopatologia della comunicazione. Allora, in conclusione: moltissimi disoccupati giovanili non sono per nulla disoccupati, sono inoccupabili parassiti della società, vogliono un «posto» a vita in un ufficio pubblico, con connessa tredicesima e ferie pagate. Sarò un sadico, ma non mi commuovo per niente. La seconda possibilità è di avere l’euro e la crescita economica, riformando il welfare in modo da ridurre la spesa pubblica a un livello inferiore al 40% del prodotto interno lordo. La sanità è il primo dei settori del nostro assistenzialismo che deve essere riformato per ragioni che sono sotto gli occhi di tutti.

Il suo costo astronomico è costituito da quanto è contabilizzato come “spesa sanitaria” più quanto i privati spendono per ottenere ciò che il servizio sanitario non fornisce per nulla o non adeguatamente o tempestivamente. A queste somme va aggiunto l’ottanta per cento del costo delle regioni: governo e parlamento regionali, burocrazia regionale, consulenti regionali, aziende regionali in perdita e così via. L’ottanta per cento del bilancio delle regioni, infatti, è spesa sanitaria; le regioni esistono per i quattro quinti per la gestione di spesa sanitaria: i quattro quinti del loro costo, quindi, costituiscono spesa sanitaria. Chiamarla altrimenti non ne cambia la natura.

A occhio e croce, quindi, direi che la sanità pubblica grava il bilancio dello Stato di non meno di 200 miliardi l’anno. Se anche solo la metà potesse essere risparmiata, grazie a una radicale riforma, i problemi del bilancio sarebbero risolti. Se a questo si aggiunge che il sistema trasferisce reddito dai meno abbienti ai ricchi e che gli episodi di malasanita’ sono all’ordine del giorno, non possiamo non concludere che questo mostro non merita di essere difeso. La terza possibilita’, avere il welfare e lo sviluppo, ma non l’euro non e’ cosi’ semplice come sembra, perche’ siamo saliti su una barca senza avere un salvagente, ovvero ci siamo chiusi in una prigione e abbiamo gettato via la chiave.

Non hanno pensato, i creatori dell’euro, al caso che l’euro non funzionasse. Non esiste un piano alternativo. Forse, bisogna tornare a Maastricht, rimediare alle sue insufficienze e garantire un funzionamento corretto alla unione monetaria.

(Il Tempo)

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