Il partito trasversale delle primarie

By Redazione

luglio 20, 2012 politica

Nel centrodestra si è messa in atto una vera e propria resistenza in difesa delle primarie. Il malessere contro la scelta di Silvio Berlusconi di tornare protagonista del Pdl, annullando di fatto la possibilità di scegliere un candidato premier, si concentrerà nella manifestazione trasversale organizzata a Roma il 26 luglio.

L’iniziativa è partita dal senatore Andrea Augello e ha conquistato i colleghi sia tra le fila degli ex An sia tra i forzisti. Per l’esponente romano l’appuntamento dimostrerà quanto sia “attuale” lo strumento delle primarie “per individuare a tutti i livelli le candidature del centrodestra”. Se il segretario del Pdl, Angelino Alfano, è convinto che la presenza del Cavalirere annulli la consultazione popolare, Giorgia Meloni la pensa in maniera totalmente diversa. 

“Berlusconi deve pretendere le primarie”, ha detto l’ex ministro e ha ricordato che erano decise dall’ultimo ufficio di presidenza del partito. Della stessa posizione anche il deputato Fabio Rampelli che vuole promuovere la votazione degli elettori di centrodestra “per contrastare il diffondersi di un sentimento antidemocratico”. Almeno un piccolo successo personale l’ha ottenuto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Le primarie della Capitale saranno a gennaio “e si faranno in ogni caso, a prescindere da quelle nazionali”. 

La sua speranza è che l’iniziativa venga replicata anche per la candidatura a premier, ma intanto può essere soddisfatto in vista delle Amministrative del 2013. Sono pro primarie anche i sostenitori della Sedizione liberale, un documento lanciato dal consigliere toscano del Pdl, Marco Taradash, insieme ai parlamentari Guido Crosetto e Giorgio Stracquadanio, i giornalisti Oscar Giannino e Mario Sechi e il senatore del Pdl Paolo Amato.

Il loro ambizioso progetto è di istituire le primarie all’americana “per un partito che sia di elettori e non di iscritti e dello statalismo”. Per questo hanno chiesto che venga stilato un regolamento e soprattutto sia preso ad esempio il modello degli Stati Uniti. Altrimenti il rischio è che si adotti lo stile del Pd in cui “il risultato è scontato perché vince il capo designato”.

Insomma la scelta di convocare una consultazione degli elettori è sempre più un partito nel partito, trasversale e aggregante più di ogni altra corrente. Resta da superare solo uno ostacolo: Berlusconi.

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