Fiscal Compact: dibattito nel Pdl

By Redazione

luglio 20, 2012 politica

I giornali di ieri ci hanno raccontato tante belle cose e pubblicato tante belle fotografie: dalle autorità che si accapigliano sulla mafia, al rogo degli studi felliniani di Cinecittà, agli appuntamenti della Minetti. Poco o nulla sul voto che si era tenuto alla Camera sul fiscal compact. Un impegno che, a meno di non riuscire a crescere a ritmi cinesi per i prossimi anni, ci condannerà a manovre da 45 miliardi l’anno.  Un po’ di dibattito, però, nell’Aula di Montecitorio, invece, c’è stato. Dopo aver pubblicato l’intervento di Antonio Martino, riproponiamo quelli di Franco Frattini e Guido Crosetto. Entrambi del Pdl. 

FRANCO FRATTINI

Credo si possa dire che l’adozione del fiscal compact costituisca probabilmente un atto politico tra quelli di più forte spessore che le tre istituzioni europee insieme abbiano definito negli ultimi anni, e questo non solo per le modifiche importanti al sistema che avevamo delineato soltanto nel 2009 con il trattato di Lisbona, ma soprattutto, direi, per la dimostrata volontà di definire un meccanismo non emergenziale che garantisca stabilità, consolidamento e rafforzamento dell’integrazione economico-finanziaria europea, e che dia prospettiva di tenuta nel medio e lungo termine assai oltre le prospettive di durata dell’attuale fase di crisi. È una scelta fortemente politica, non anzitutto tecnico-economica.

Si riafferma il principio del controllo dei conti degli stati, del percorso virtuoso già intrapreso e da proseguire per la sostenibilità dei sistemi-paese. Si stabilisce, come chiesto con forza dall’Italia, che per il rientro progressivo entro i limiti consentiti del debito nazionale valgano parametri articolati, non limitati al debito pubblico, ma estesi all’indebitamento privato e a fattori rilevanti connessi, ad esempio, alla sostenibilità complessiva dei sistemi previdenziali: materia, quest’ultima, su cui l’Italia, da ultimo, con la riforma del 2012, ha fatto registrare un importante passo avanti di natura strutturale.

Siamo oggi – dopo la modifica costituzionale che ha introdotto il principio del pareggio e dopo la conferma dell’obiettivo di azzerare il deficit a fine 2013 – nel mezzo del guado di un fiume certamente tempestoso. Davanti a noi, infatti, è la sponda del governo politico dell’euro e dell’Europa, il compimento di un percorso che a Maastricht creò il mercato, la moneta e la banca, ma non ebbe il coraggio di arrivare alla governance unitaria, precondizione perché gli Stati Uniti d’Europa non spariscano dall’orizzonte della politica e degli attori istituzionali. Dinanzi a noi, colleghi, vi è anche l’onere gravoso, ma inevitabile, di aggredire con forza lo stock del debito pubblico: un onere che significa ora obbligo costituzionale e vincolo politico per il governo e per il Parlamento a presentare con urgenza una proposta organica e credibile su cui il nostro gruppo sta già riflettendo in modo approfondito.

Alle nostre spalle, nel guado che stiamo attraversando, se tornassimo indietro, vi sarebbe certamente l’aggressione speculativa che non si ferma e vi sarebbero, come vi sono, regole di mercati che, comunque, attaccano il più debole, il quale resta senza la protezione di una casa comune che dobbiamo tutti rafforzare e non certo indebolire. Occorre solidarietà tra noi  partners. Occorre che gli accordi, una volta presi all’unanimità nei Consigli europei, siano applicati senza «se» e senza «ma», rispettando le regole di cui la Commissione europea è doverosa custode. L’Italia darà oggi un segnale importante con le ratifiche che stiamo per deliberare.

È il segnale che l’Italia fa il suo dovere con serietà e che il programma di risanamento si sta attuando. Potremmo allora dire che l’Italia è, ancora di più, un paese solido, che definirei un paese creditore, non debitore, visto quanto noi versiamo, anche, per il contributo salva-stati generale europeo, e che è un paese i cui titoli si vendono e si venderanno, malgrado sospette iniziative di alcune agenzie internazionali di rating. Su questo il fiscal compact non si può attuare à la carte, scegliendo, cioè, cosa piace di più a ciascuno stato. Nell’articolo 4, che stiamo per ratificare, vi è un richiamo formale al Regolamento del Consiglio che indica i fattori rilevanti per calcolare debito ed extra deficit; su questi fattori, come la crescita potenziale, il ciclo economico, e, soprattutto, l’indebitamento netto del privato, l’Italia vuole ovviamente insistere affinché non solo il debito pubblico ma anche il debito privato sia computato.

Allora quando avremo ratificato questo Trattato e quando questo Trattato sarà in vigore, questi parametri, crescita inclusa, siano considerati, da oggi in poi, vincoli di finanza pubblica ai sensi della Costituzione, non soltanto degli obiettivi politicamente auspicabili. Se saranno vincoli di finanza pubblica, l’aggressione allo stock di debito diventi impegno politico governativo ed istituzionale. Poiché quel Regolamento, richiamato proprio dall’articolo 4 del fiscal compact, lo prevede, occorre anche, da subito, verificare – mi rivolgo a lei, ma è il ministro Grilli a cui bisognerebbe più direttamente parlare – nel calcolo del debito, la corretta contabilizzazione dei contributi finanziari, ad esempio, per iniziative di solidarietà internazionale e per il raggiungimento di obiettivi di stabilità finanziaria dell’Unione europea.

In altri termini più espliciti, signor ministro, non si calcoli più nel debito nazionale ciò che noi spendiamo nell’interesse collettivo dell’Unione europea. Occorre ratificare questo Trattato non perché ce lo chiede Bruxelles, ma anzitutto per guardare alle generazioni italiane di oggi e di domani, aggredendo in modo strutturale i nodi che incrinano i conti pubblici e frenano la crescita. Sarebbe immorale, mi permetto di dire, oltre che miope, tagliare fuori l’Italia, oggi, da questo circolo virtuoso che si prospetta. Con queste ratifiche l’Italia arriva in porto e può essere determinante proprio per fare entrare in vigore il trattato. È interesse del paese e degli italiani non fermarsi in mezzo al guado ma accelerare con serietà e convinzione.

Concludendo, stiamo mettendo nuovi mattoni, solidi, sulle fondamenta dell’Europa politica che il Parlamento e il governo dell’Italia, quello di ieri, quello di oggi e, necessariamente, spero, anche quello di domani, potranno costruire secondo una inarrestabile linea di continuità che, sola, può rassicurare Europa, mercati e cittadini.

GUIDO CROSETTO

Ho ascoltato con rispetto gli interventi che mi hanno preceduto, soprattutto quelli dell’onorevole Frattini, dell’onorevole Pistelli e dell’onorevole Buttiglione. All’onorevole Pistelli voglio dire che sottoscrivo il 95 per cento del suo intervento, ma è fuori tema. Onorevole Pistelli, lei ha parlato di politica europea, non ha parlato del provvedimento. Qui stiamo discutendo di una cosa che si chiama fiscal compact. Qui stiamo discutendo di un impegno per vent’anni, che il prossimo anno vale quasi 50 miliardi di euro. Ho posto una domanda al ministro Grilli, mi ha detto che mi avrebbe risposto bilateralmente.

Dove troveremo i 70 miliardi di euro (50 per il fiscal compact e 20 per l’Esm) il prossimo anno? Tutti noi, applicando a noi stessi i discorsi che stiamo facendo, capiremmo la necessità di definire con il direttore di banca il rientro da un debito che non riusciamo più a sopportare. Nessuno di noi accetterebbe nel privato, però, di delegare al direttore di banca il modo con cui rientrare, di dargli il potere di decidere di non dare più cibo ai nostri figli o di non fare più curare nostra moglie. Lo considereremmo, se fosse un impegno privato, una cosa inaccettabile; se lo prendiamo come stato, lo consideriamo accettabile e doveroso. L’Italia, approvando questi Trattati, sta rinunciando alla sovranità. In Germania ne stanno discutendo da due mesi, interpellano la Corte costituzionale; in Olanda e in Francia i giornali nelle prime pagine parlano del tema. In Italia non una pagina di giornale, non una notizia, un dibattito chiuso in due giorni, un ministro che dà quattro minuti per gruppo a tre Commissioni riunite.

Questo è un atto fondamentale: negli ultimi 15 anni non ci sono atti di rilevanza approvati dalle Camere pari all’Esm e al fiscal compact. Mi limiterò al fiscal compact: stiamo prendendo un impegno per le prossime generazioni, un impegno che oggi sappiamo che non potrà essere rispettato. L’idea del fiscal compact nasce con un’Europa che pensava di crescere al 3% e con un’inflazione al 3%; nasce con l’idea di recuperare macroeconomicamente l’impegno che veniva preso. Invece, esso viene ribadito oggi, con un’Europa che pensa di non crescere il prossimo anno, con un’inflazione ferma e con una stagnazione in quasi tutti i paesi. È difficile accettarlo, soprattutto senza che sia stato sviluppato un dibattito, che si siano confrontate idee. Non si può accettarlo a scatola chiusa. Tutti vogliamo stare in Europa, tutti sappiamo che la salvezza è l’Europa, ma oggi non si può scegliere questo strumento ad occhi chiusi, senza avere la possibilità di modificarlo (anche se approviamo ordini del giorno, non lo si può modificare) perché approviamo un Trattato che è immodificabile. Dovremo poi accedere al regolamento, ma il Trattato, le linee che approveremo oggi, sono immodificabili.

Questo atto approvato da questa Camera, oggi, segnerà il futuro dei nostri figli: personalmente non penso di potermi prendere questa responsabilità e voterò contro.

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