La Clinton tra gli islamisti

By Redazione

luglio 16, 2012 Esteri

Una segretaria di Stato degli Usa che, in Egitto, si incontra con il leader dei Fratelli Musulmani, mentre la folla di laici la contesta? La realtà si  rovesciata? Eppure è successo così, anche se, fino a tre anni fa, un episodio di questo tipo sarebbe finito nei forum di fantapolitica.

La visita di Hillary Clinton al Cairo, seguita da quella in Israele, rientra in una logica strategica ben precisa: salvare il trattato di pace fra i due Paesi mediorientali, sopravvissuto a stento sin dal 1979 ed ora messo a rischio dai nuovi vincitori delle elezioni egiziane. È anche logico che la Clinton incontri, oltre al generale Tantawi (leader dello Scaf) anche il presidente Mohammed Morsi, democraticamente eletto. Che è, caso vuole, anche il leader dei Fratelli Musulmani, i padri del fondamentalismo sunnita mediorientale.

Questa serie di circostanze, però, non spiega fino il fondo la gravità politica del gesto di Hillary Clinton e la profondità della svolta compiuta dall’amministrazione Obama. La folla di egiziani che la contestava, oltre a gridarle “Monica! Monica!” (da Monica Lewinski) come segno di disprezzo personale, recitava anche slogan quali: «Non ci faremo governare da Hamas!», «Se ti piacciono i Fratelli Musulmani portateli via con te!» e «L’Egitto non sarà mai il Pakistan!». Questi slogan, contrariamente al “Monica! Monica!” hanno un senso politico compiuto. Gli egiziani laici accusano la Clinton di favorire i Fratelli Musulmani, abbandonando i laici, cioè gli unici difensori di quei diritti individuali (libertà di parola, pari diritti per le donne, libertà di culto) di cui l’America dovrebbe essere il primo promotore. I Fratelli Musulmani hanno ribadito proprio in questi giorni che «La nostra legge è il Corano, il nostro leader è Maometto». Non è solo uno slogan, ma è la base di ogni teocrazia nascente.

La Clinton si è difesa affermando che gli Usa non possono entrare nella politica interna dell’Egitto, né discriminare i programmi dei suoi partiti. È una mezza verità. Perché gli Usa, in quanto Stato, non sono intervenuti nelle elezioni egiziane. Ma i Democratici, in quanto partito di Hillary Clinton e dell’amministrazione Obama, sono intervenuti eccome. E a favore dei Fratelli Musulmani. Non da adesso, ma almeno da quando il partito Libertà e Giustizia (espressione politica della fratellanza) ha iniziato a vincere le elezioni parlamentari. Dal dicembre del 2011, il senatore John Kerry (democratico) ha avviato una serie di incontri al vertice con il partito islamista, sdoganandolo politicamente.

Quindi il Partito Democratico ha fatto una scelta di campo. Nonostante il presidente Mohammed Morsi abbia promesso di liberare lo sceicco Abdul Rahman, l’attentatore delle Torri Gemelle del 1993 (allora era presidente Clinton, Bill Clinton).

Scelta che si può spiegare solo con una precisa strategia americana, volta a farsi amici i tradizionali nemici. Come la precedente amministrazione di George W. Bush aveva consentito la vittoria elettorale di Hamas a Gaza nel 2005, con conseguenze belliche che durano tuttora, l’attuale amministrazione Obama fa un passo in più e sostiene direttamente i Fratelli Musulmani (di cui Hamas è solo una delle tante emanazioni più radicali). Ed è convinta che diventino nuovi alleati. Se la strategia non funziona, sarà Israele a pagare il conto.

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