La mano pakistana su Mumbai

By Redazione

luglio 15, 2012 Esteri

India e Pakistan sono ormai sull’orlo di una guerra che, solo eufemisticamente, si può definire fredda. Nonostante i colloqui istituzionali dello scorso 4 e 5 luglio, l’ombra del complotto ordito dall’Isi (“Inter service intelligence”), continua a far sentire la propria presenza come quella di uno scomodo fantasma.

I servizi segreti militari di Islamabad, da sempre sono sospettati di essere uno degli sponsor di Al Qaeda e dei Talebani e ora di essere protagonisti dei depistaggi seguiti agli attentati di Mumbai del 26 novembre 2008. E anche i media indiani ormai (vedasi ad esempio l’ultima copertina di “India today” da lunedì in edicola, “The secret plot to blame India”, “Il complotto segreto per dare la colpa all’India”), sono convinti che gli attentati del 26/11 furono eterodiretti dal Pakistan, con lo scopo di fare ricadere la colpa su fondamentalisti hindu, che si volevano far credere legati a Delhi. Tutto ciò è emerso grazie e dopo uno “scherzetto da prete” islamico fatto dai sauditi a Islamabad: la cattura del terrorista Syed Zabiuddin Ansari, 30 anni, a Riyad, il 21 giugno 2012.

Chi era costui? Tre anni prima l’unico superstite della strage di Mumbai, Ajmal Amir Kasab, che dal 21 maggio 2009 stava collaborando con i servizi indiani, aveva fatto il nome di colui che avrebbe diretto la preparazione dell’attentato: “Abu Jundal”. Ma questo nome in un primo momento non aveva detto niente a chi lo stava torchiando. Ora che però i sauditi hanno rimandato al mittente impacchettato, senza passare per il Pakistan, questo nuovo capo terrorista di Laskar-e-Taiba (LeT, il cosiddetto “esercito del bene” islamista che è sospettato anche della strage di Mumbai) si è scoperto che Ansari sarebbe noto anche come Abu Jundal, il suo nome di battaglia. Secondo la ricostruzione di “India today”, non solo l’Isi avrebbe aiutato i terroristi pachistani a compiere la strage, ma li avrebbe anche istruiti per depistare le indagini e indirizzarle verso la pista di un complotto interno indiano, un attentato portato a termine da terroristi hindu.

E non islamici. E il depistaggio avrebbe contemplato la fabbricazione di documenti falsi intestati a cittadini indiani esistenti e il training linguistico di ciascuno dei 30 terroristi che partecipò alla strage e che nei giorni precedenti all’agguato fecero di tutto per farsi notare dalle persone di Mumbai mentre parlavano un hindi quasi perfetto. Un complotto in cui Ansari è stato un protagonista fondamentale. Nato nel villaggio di Gevrai, nel quartiere Beed Maharashtra, ha completato la sua maturità e ha fatto un corso dall’ Industrial Training Institute per diventare elettricista. Divenne un fanatico anti-indiano dopo i disordini nel Gujarat nel 2002 ed entrò subito nelle file del terrorismo islamico, in primo luogo tra i simpatizzanti degli Studenti dell’Islamic Movement of India (SIMI). Poi il salto nella clandestinità con il LeT.

Ansari era entrato nel radar della polizia di Delhi per un altro complotto contro l’India: era stato reclutato  per trasportare un carico di 43 kg di esplosivo Rdx, 16 fucili Ak-47 e 50 bombe a mano a Aurangabad nel 2006. Questa spedizione, pensata per un attacco terroristico, era però stata intercettata dalla polizia di Maharashtra. Ansari riuscì a fuggire contattando uomini del LeT e approdò proprio in Pakistan.

Il suo nome divenne di dominio pubblico quando il governo indiano consegnò un elenco dei 50 più pericolosi latitanti alle autorità pakistane nel marzo 2007. Un anno prima di Mumbai. L’Isi, invece, lo protesse, considerandolo un “asset” nella guerra sporca che sta svolgendo da tempo contro l’India, anche nel Kashmir, sempre sobillando i fanatici islamici e i terroristi.

Ansari è stato anche coinvolto nella preparazione dell’agguato che, il 13 febbraio 2010, portò alla morte di 17 persone in seguito all’esplosione della German Bakery di Pune. Ma ancora, l’India non sapeva del suo ruolo nell’attacco di Mumbai. La svolta è arrivata nel maggio 2010 quando la polizia di Delhi intercettando una chiamata di un terrorista pakistano residente in India, tale Ajmal, in contatto con il suo “gestore” pakistano. Ajmal aveva pianificato un attacco contro gli stranieri durante i Giochi del Commonwealth a Delhi quell’anno. Al telefono, prima di venire arrestato, aveva fatto riferimento al suo referente: Abu Jundal. 

Le intelligence indiane rintracciarono questo Jundal in Pakistan. Usava lo pseudonimo di Riyasat Ali e faceva la spola tra la sede del movimento terrorista LeT a Muridke, vicino a Lahore, e gli uffici coperti dell’Isi a Karachi. In seguito gli analisti indiani avrebbero fatto una scoperta sensazionale: Jundal, Riyasat Ali Ansari e Zabiuddin erano la stessa persona. 

A quel punto, visto che in Pakistan non potevano intervenire, lo hanno monitorato con satelliti spia chiedendo aiuto agli Usa e aspettando pazientemente che si spostasse da Karachi. Quando Abu Jundal ha commesso l’errore di recarsi in Arabia Saudita, sapendo di avere complici e coperture istituzionali anche lì, la trappola è scattata: Riyad, che da tempo ha scaricato Islamabad e il suo doppio gioco con il terrorismo islamico, appena l’uomo si è presentato nel suolo sacro dell’Islam, lo ha fatto catturare su preciso input degli Usa e del governo indiano. Preferendo mantenere in piedi i rapporti diplomatici con India e Stati Uniti piuttosto che continuare a fare il gioco dell’Isi.

Poi organizzare la cattura è stato un gioco da ragazzi per il governo indiano che adesso ha in mano una pedina per dimostrare lo sporco gioco delle autorità di Islamabad contro l’India. Un gioco compiuto anche sulla pelle di quelle quasi 170 persone uccise a Mumbai il 26 novembre del 2008.

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