Gli atti eroici degli atleti olimpici

By Redazione

luglio 14, 2012 Cultura

Nella cerimonia di apertura delle prossime Olimpiadi di Londra, prevista il giorno 27 luglio (inaugurazione ufficiale), un membro del team Inglese presterà giuramento -a nome dei 12.000 atleti -, di rispettare le regole dei Giochi “con il vero spirito dello sport”. 

Purtroppo, alcuni concorrenti, in passato, hanno ignorato questi principi ricchi di tradizione facendo uso di droghe, falsità e tattiche spregiudicate per vincere a qualsiasi costo. 

Poche mele marce, comunque, non possono rovinare lo spettacolo sportivo più bello del mondo. E’ oltremodo facile dimenticare che esistono molti atleti, unitamente ai loro manager, ingannatori senza scrupoli, senza la minima sensibilità nobile e patriottica che appunto richiede lo statuto dei Giochi Olimpici.

Fin da quando sono iniziate, le Olimpiadi moderne, nel 1896, vi sono stati anche molti atti insigni di lealtà sportiva, che hanno incarnato l’ideale olimpico. Dopo accurata ricerca ho voluto selezionare quelli che per me sono i dieci migliori di sempre. Inizierò con Cecil Healy, l’uomo dalla classe innata,(G.O. di Stoccolma, 1912), uno dei primi grandi nuotatori olimpici australiani, che si trovò davanti ad un trionfo sicuro nella prova dei 100 metri stile libero, quando la poderosa squadra statunitense arrivò tardi ad una prova.

Gli atleti americani, però, attribuirono questo loro ritardo a un malinteso con il comitato organizzatore e chiesero un’altra opportunità; il tema venne sottomesso alla grande giuria dei Giochi per una nuova delibera. Fu allora che Healy chiese al rappresentante della sua squadra in giuria che appoggiasse il sollecito degli statunitensi, ed alla fine fu deciso che avrebbero potuto competere in una semifinale speciale.

Duke Kahanamoku, fortissimo nuotatore hawaiano, raggiunse il posto in finale battendo Healy di due metri e aggiudicandosi la medaglia d’oro. A gara finita, il pubblico tributò una lunga standing ovation a Healy e a tutta la compagine australiana. Cecil Healy, morirà in guerra due anni dopo. Lucien Duquesne, definito in seguito la mano amica ( Amsterdam, 1928).

Paavo Nurmi, il leggendario corridore finlandese, utilizzava in ogni sua gara un timer per gestire la propria energia. Durante un percorso a ostacoli di qualificazione sui 3.000 metri, Nurmi cadde in un fosso e smarrì il suo accessorio.  Il francese Lucien Duquesne, vista la situazione, si fermò, sollevò il suo avversario e lo aiutò a ritrovare il timer, anziché proseguire e cercare di accaparrarsi una medaglia.

Al traguardo Paavo Nurmi offrì al francese il primo posto, ma Lucien non accettò. Ralph Hill, ovverosia che bello perdere (Los Angeles, 1932). In una delle gare più controverse nella storia delle Olimpiadi, Ralph Hill, atleta degli Stati Uniti, partito per ultimo nei 5.000 arrivò addirittura a sfidare il leader finlandese, Lauri Lehtinen, che deteneva il record mondiale. 

Con più di 50.000 spettatori impazziti da questa spregiudicata e clamorosa azione fisica, Hill tentò due volte di passare Lehtinen, ma il finlandese, forse impaurito, bloccò la strada a Ralph e vinse per pochi centimetri. Anche se fu chiaro che si trattava di un evidente fallo, Hill rifiutò di presentare protesta formale, affermando: “Non credo proprio che Lehtinen lo abbia fatto apposta. E’ stato un semplice gesto causato dalla frenesia. E poi, cosa c’è di sbagliato in una medaglia d’argento?”

Il suo atteggiamento fu apprezzato in tutto il mondo e lo svedese Dagens Nyheter, giornalista, lo definì “l’esemplificazione dell’eroe dei bambini che vorranno fare atletica leggera”. Shunzo Kido, e tutto… per amore di un cavallo (Los Angeles, 1932).

Shunzo Kido, giapponese, membro del team equestre, in testa alla classifica nel percorso ad ostacoli, quando si accorse che il suo cavallo,Kyu Gun, si stava debilitando troppo e cominciava a vacillare, preoccupato per l’animale, si ritirò dalla corsa.  Due anni più tardi, in California, una società per i diritti degli animali erigerà una scultura di marmo, in Riverside, a ricordo di questo temerario duo. 

Su di essa una scritta recita: “Ha sentito la voce sommessa della misericordia, invece che il forte richiamo della gloria”. Carl Ludwig, detto Luz Long: lo spirito di fratellanza (Berlino, 1936).

Adolph Hitler utilizzò le Olimpiadi di Berlino come palcoscenico per mostrare la superiorità della cosiddetta razza ariana. Malgrado avesse proibito agli atleti tedeschi di fraternizzare con quelli di colore; uno di essi lo fece. Jesse Owens, lo stupendo atleta coloured statunitense, aveva fallito il proprio salto in lungo nelle due prove preliminari.

Se avesse sbagliato anche il terzo, sarebbe stato squalificato. Owens in seguito ebbe a dichiarare che l’atleta tedesco Carl Ludwig “Luz” Long si avvicinò e gli consigliò di iniziare il salto qualche centimetro prima, benché il salto risultasse più breve, l’americano poté andare, grazie a questo suggerimento, alla fase finale. Owens poi vinse la medaglia d’oro insieme ad altri tre concorrenti.

Poi disse: ” Potrei fondere tutte le mie coppe e medaglie e non avrei un sol pizzico dell’amicizia a 24 carati che io provo per Luz Long.” Carl Ludwig morì durante la Seconda Guerra Mondiale. Eugenio Monti, il doppiamente eroe. Fu insignito della Medaglia Pierre de Coubertin, concessa per spirito sportivo in onore del fondatore delle Olimpiadi moderne. (Innsbruck, Austria, 1964).

In due diverse prove, Eugenio Monti, capo del team italiano di slitta vide che i suoi avversari venivano squalificati a causa di guasti meccanici. Anche se la sfortuna degli atleti aumentava le possibilità degli italiani di vincere l’oro, Monti e i suoi compagni non si sarebbero sentiti veri vincitori se non avessero battuto i migliori. 

Nella competizione a due, Monti seppe che il team inglese aveva avuto grossi guai con la slitta, a causa di un bullone ballerino, e ciò aveva determinato la loro esclusione dalla gara. L’italiano, appena conclusa la propria performance, prese una sua personale troica e la consegnò agli inglesi. Alla fine, vinsero l’oro, e Monti e il suo team si piazzarono terzi. Più tardi nel primo turno di bob a quattro, la squadra canadese stabilì un nuovo record olimpico. Tuttavia, la loro slitta durante il percorso aveva perso un albero di trasmissione, e pertanto era diventata passibile di squalifica.

Monti e il suo team, saputa la cosa, si mossero in soccorso dei canadesi: inviarono meccanici italiani nel box dei rivali che riuscirono a riparare la slitta per la gara successiva. La nazionale canadese vinse l’oro e l’Italia giunse ancora una volta terza, accontentandosi del bronzo. Lanny Bassham, o meglio, la Gloria condivisa (Montreal, 1976).

Nella prova di carabina, Bassham della squadra Americana, e un’altra connazionale, Margaret Murdock, risultavano appaiati al  primo posto. Dopo un’attenta analisi dei colpi verso gli obiettivi dei due tiratori, i giudici decisero che Bassham era risultato leggermente migliore così da insignirlo dell’oro.  Lanny, a conoscenza della decisione dei giudici ebbe a replicare: “La scelta dei giurati si è basata su un tecnicismo assurdo, per me la Murdock deve salire con il sottoscritto sul podio più alto”.

Agli inni nazionali Bassham abbracciò la Murdock, con la medaglia d’argento. Ufficialmente, Margaret, divenne la prima donna a ricevere una medaglia olimpica in questo sport. Anton Josipovic, e il suo atto di classe (Los Angeles, 1984). Nella semifinale dei pesi massimi leggeri di boxe Evander Holyfield, americano, aveva eliminato Kevin Barry della Nuova Zelanda. Holyfield a questo punto diventava il favorito, nella lotta verso l’oro, assieme allo jugoslavo Anton Josipovic.

L’arbitro, però, inaspettatamente lo squalificherà per aver commesso una serie di falli su Barry, che poi verrà dichiarato vincitore, ma le regole olimpiche -che proibiscono dispute e contestazioni dopo 28 giorni dal match- dettero la vittoria a Anton Josipovic che conseguì così la medaglia d’oro per non comparsa. 

Ignorate le raccomandazioni provenienti dai funzionari degli Stati Uniti di boicottare la cerimonia, Holyfield invece apparve per ricevere la sua medaglia di bronzo. I fans del pugile americano fischiarono per ripicca l’inno jugoslavo, ma quando Josipovic invitò Evander a salire con lui sul podio più alto, gli spettatori gli tributarono una suggestiva standing ovation. Anni dopo, Holyfield, divenuto professionista, dichiarò: “Ho boxato fin da quando ero un bambino, ma ciò che ho appreso da Josipovic è stata la cosa più elegante di tutta la mia vita”. 

Lemieux Larry: un salvataggio perfetto.(Seoul, 1988). Durante una gara nella classe Finn Individual competition, il canadese Larry Lemieux era saldamente piazzato al secondo posto quando vide il rivale,Joseph Chan, della Nazionale di canoa di Singapore, capovolgersi assieme alla sua imbarcazione. Chan, sembrava annegare nelle acque turbolente di Seoul. Lemieux, sacrificando le proprie possibilità di vincere una medaglia, cambiò rotta e si diresse verso la piccola barca a vela di Chan per aiutarlo. Subito dopo, il suo team e un battello di salvataggio recuperarono i due uomini.

Ufficialmente, Lemieux terminò in undicesima posizione, ma il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Juan Antonio Samaranch, in seguito gli conferì la medaglia Pierre de Coubertin per meriti e spirito sportivo. Abbiamo parlato di grandi uomini e grandi donne, di atti di eroismo e gloria; sapranno gli atleti di questa imminente edizione londinese fare altrettanto? Senza ricorrere ai soliti mezzucci che fanno passare un ipocrita dello sport agonistico in un epico vigliacco millantatore? Qui vivet, videbit!

(Totalità )

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