Caos siriano

By Redazione

luglio 13, 2012 Esteri

“Gli amici della Siria” ci riprovano. Dopo il summit di Tunisi del 24 febbraio e il vertice di Istanbul del giugno scorso, è spettato a Parigi ospitare il terzo incontro tra paesi occidentali e arabi sulla crisi siriana. L’obiettivo rimane sempre lo stesso, ossia “esercitare pressioni sul regime di Damasco” e cercare affannosamente “misure concrete” volte a frenare l’escalation di violenza. Ma se gli amici della Siria persistono sulla linea della diplomazia spiccia limitandosi ad interfacciarsi ogni volta in un paese diverso, senza tuttavia giungere a soluzioni concrete, in Siria imperversa oramai una guerra senza esclusione di colpi su entrambi i fronti.

Chi trae benefici dal “caos siriano”? Procediamo con ordine. Sul fronte internazionale abbiamo visto come la diplomazia in quindici mesi di passione si sia distinta per la sua inazione. Da aprile 2011 fino ad oggi si sono registrati solo insuccessi e fallimenti. E i numeri parlano chiaro. Quindici condanne rimaste sulla carta, due missioni internazionali promosse dalla Lega Araba e dalle Nazioni Unite miseramente fallite, un piano di pace in sei punti ampiamente disatteso e goffi tentativi d’imporre sanzioni dagli scarsi effetti. A incidere e pesare come macigni l’ostilità di Russia e Cina attraverso il boicottaggio dei frequenti summit, nonché l’impiego del diritto di veto esercitato su gran parte delle decisioni maturate in Consiglio di Sicurezza. Bozze di risoluzione della crisi siriana bollate come preludio “di una guerra civile” e documenti di condanna rispediti al mittente. In questo quadro di profonda instabilità, la Russia si è fatta strada nel “caos siriano” traendo enormi benefici in termini economici; in particolare la sua florida industria militare.

Nel primo semestre del 2012, Mosca ha esportato armi per un valore di 6,5 miliardi di dollari, con un incremento del 14% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non solo, è riuscita a strappare contratti multimilionari del valore di 5,7 miliardi di dollari con i suoi principali partner commerciali (55 in tutto il mondo). Una grossa fetta del mercato di armi russe è localizzata in Nord Africa e Medio Oriente. Le rivolte arabe non hanno fatto altro che rafforzare il traffico di armi, riservando al Cremlino lauti guadagni. In base al rapporto stilato da Amnesty International (2011) intitolato “Trasferimenti di armi in Medio Oriente e Africa del Nord: le lezioni per un efficace Trattato sul commercio di armi” la Russia si è posizionata tra i primi paesi fornitori di armi al regime di Damasco, destinando a quest’ultimo circa il 10% di tutte le sue esportazioni nazionali.

Stando alle ultime dichiarazioni, Mosca non sembra affatto intenzionata a ridimensionare la portata dei suoi traffici, né tanto meno a perdere uno dei suoi clienti più fidati. E a nulla sono valse le misure restrittive imposte da Ue e Usa sul traffico di armi. La Rosoboronexport – la principale agenzia di stato che funge da intermediaria per tutte le operazioni di compravendita militare in Russia – ha venduto nel 2011 10,7 miliardi di dollari di armamenti. Mosca tenta così di capitalizzare la “primavera araba” incrementando le vendite di armi in Medio Oriente, soprattutto in Siria. “Continueremo a fornire armi alla Siria mantenendo tutti i contratti precedentemente stipulati” ha ribadito il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov. Le armi russe fanno gola a Damasco, che può così contare su folto arsenale composto da 5 mila carri armati (in gran parte T-72 russi) a cui si sommano altri 4 mila blindati.

Secondo un rapporto del 2011 pubblicato dall’International for Strategic Studies, la Russia avrebbe stipulato un contratto con il regime siriano per la fornitura di 800 T-72s, una versione più aggiornata del carro armato. Damasco può inoltre contare su una vasta flotta di elicotteri da guerra e batterie missilistiche. Ciò dimostra chiaramente l’ottima cooperazione tecnico – militare tra i due Paesi, ragione per cui Mosca continua ad appoggiare il regime siriano. L’alleanza russo – siriana non piace ovviamente agli Stati Uniti, che accusano il Cremlino di alimentare il conflitto interno. Ma, nel grande gioco delle parti è opportuno chiamare in causa tutti i partecipanti. Ciò significa che i russi non sono gli unici ad alimentare il caos siriano. È piuttosto chiaro come il Cremlino non tolleri affatto alcuna interferenza nell’evoluzione della crisi, ma non è la sola. La domanda “chi trae vantaggi e benefici dal caos siriano”

potrebbe suonare sprezzante, ma la realtà dei fatti lo conferma. Dietro ai continui massacri di civili si celano infimi giochi di potere e profonde contrapposizioni. Russia, Cina e Paesi del Golfo sono i principali attori di questo scenario, ognuno animato da obiettivi e interessi differenti. Mentre Russia e Iran frenano ogni intervento armato esterno, Arabia Saudita e Qatar spingono invece nel senso inverso, ossia armare i ribelli anti – Assad. Dato questo quadro caotico e profondamente contraddittorio, è sempre più evidente come la Siria si stia trasformando nel teatro di una lotta senza quartiere dove tutti sono nemici di tutti, il cui esito incerto sarà determinato prima o poi da un uso della forza (ancora è prematuro stabilire se il tutto avverrà con il sostegno esterno, o direttamente dall’interno) mettendo così a tacere ogni possibile richiamo alla diplomazia. Rimane il fatto che la Siria sarà tutto fuorché una missione umanitaria, visto che nessuno dei protagonisti coinvolti sembra avere molto a cuore la questione legata ai diritti umani continuamente violati.

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