Benvenuti nella Ratingcrazia

By Redazione

luglio 13, 2012 politica

Ah, bei tempi quelli in cui c’era Er Puzzone a Palazzo Chigi e tutto poteva essere spiegato con linearità, semplicità e chiarezza di vedute. Se lo spread saliva e il rating scendeva era chiaro dov’era il problema, dove si annidava il male degenerato in metastasi. Non potevano esserci dubbi sul fatto che lui fosse l’origine di ogni problema, la causa di ogni crisi, la fonte di ogni disgrazia. E che sarebbe bastato poco per risolvere i nostri problemi: magari un bel coro dell’Antoniano, con cui urlare tutti insieme “Dimettiti!!!” e via, come spiegava allora la signora Marcegaglia, capo di Confindustria.

Niente da dire, erano proprio bei tempi quelli in cui si poteva tranquillamente dire che era tutta colpa del conflitto d’interesse, del Bunga Bunga, della Minetti e del “cucù” alla Merkel dietro la colonna. Quando nei salottini radical chic pieni di pattumiere giornalistiche, si ascoltavano oratori solerti e coraggiosi annunciare con il ditino alzato e la vigovosa evve moscia che “la figuva di Bevlusconi pone un pvoblema di cvedibilità all’Italia”. E via, tutti a battere le mani in un applauso liberatorio dentro questa Italia berlusconizzata, mentre rassegnati e mortificati, gli intellettuali più colti richiamavano gli spietati articoli della stampa estera contro di noi tralasciando di spiegare il giochino per cui questi articoli erano spesso scritti da giornalisti italiani che intervistavano la créme dell’antiberlusconismo militante.

Qualcuno di noi provava a spiegare che la questione era più complessa; che, certo, il berlusconismo aveva esaurito ogni sua vitalità e il governo di centrodestra aveva fallito ogni processo riformatore; che il sistema dei partiti trasformati in comitati d’affari indeboliva il paese impedendo qualsiasi capacità di leggere le trasformazioni sociali in atto e porre i cambiamenti necessari. Ma insieme a questo bisognava capire che spread, rating, speculazione finanziaria erano problemi che non potevano essere spiegati con il giornalismo da “buco della serratura” di Repubblica e di Santoro; e che magari ci trovavamo di fronte ad una questione più complessa, che riguardava la fine delle democrazie rappresentative e il trasferimento di sovranità a poteri ben più grandi e pericolosi per la nostra libertà. E che quello che stava succedendo non riguardava solo l’Italia di Berlusconi e andava letto dentro scenari e attori meno decifrabili: come, per esempio, questo. E che bisognava aprire gli occhi per comprendere che mandare via un governo eletto democraticamente al fine di sostituirlo con un governo tecnico non eletto ma imposto da oligarchie finanziarie e circoli Bilderberg, non avrebbe aiutato il nostro Paese ad uscire dalla crisi, semmai avrebbe aiutato qualcuno a salvare i propri interessi.

Oggi che è l’Italia di Monti, non quella di Berlusconi ad essere retrocessa a Baa2; oggi che è l’Italia della sobrietà e non quella del Bunga Bunga a finire sull’altalena dello spread; oggi che è l’Italia dei professori che piace alla gente che si piace a inseguire credibilità internazionale, forse converrebbe ricordarsi ciò che disse oltre 15 anni fa Thomas Friedman: “Ci sono due superpotenze nel mondo oggi. Gli Stati Uniti e Moody’s. Gli Stati Uniti possono distruggerti sganciando bombe. Moody’ può distruggerti retrocedendo il rating dei tuoi bonds. E credetemi, non è chiaro chi dei due ha più potere”. Benvenuti nel regno della Ratingcrazia.

(Blog dell’anarca)

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