Napolitano e i partiti

By Redazione

luglio 11, 2012 politica

I partiti politici assomigliano sempre di più a scolaresche indisciplinate che si fanno riprendere dal severo professore. Giorgio Napolitano, che ne farebbe volentieri a meno, è costretto ad incarnare tale inedito ruolo per un capo dello Stato. Di volta in volta (e negli ultimi tempi sempre più spesso) è infatti costretto ad intervenire per imporre agli svagati studenti una certa disciplina. È stato duro ed inflessibile quando li ha commissariati nello scorso autunno perché litigando non venivano a capo della disastrosa situazione economica intorno alla quale irresponsabilmente giravano a vuoto. Poi li ha richiamati ad una maggiore coesione nel sostenere il delegato che aveva scelto per metterli in riga. Infine, l’altro giorno, li ha intimati a procedere a quelle riforme minime per potersi appena dignitosamente presentare alle elezioni politiche la prossima primavera.

Per quanto Napolitano stesso non si faccia eccessive illusioni, i partiti devono almeno provarci, dopo la ramanzina subita, a varare una sia pur scialba legge elettorale. Ci proveranno, appunto. Poi, se non dovessero riuscirci, come ragionevolmente temiamo, tireranno fuori l’escamotage di sempre tanto per salvarsi la faccia: si accuseranno a vicenda della mancata riforma e riempiranno i talk show elettorali di contumelie prevedibilissime e noiosissime.

Del resto, basta leggere le bozze elaborate (si fa per dire, in realtà si tratta di rimasticature) da tutte le forze politiche per rendersi conto che nessuna collima con l’altra e tutte risultano incompatibili se non per un aspetto che le potrebbe avvicinare: il riscoperto proporzionalismo da parte di tutti. Con il ché prendiamo atto che la sola conquista politica di quest’ultimo ventennio, il bipolarismo, è andato a fasi benedire, nonostante le pubbliche smentite tanto da parte del Pd che del Pdl.

Poco male, si potrebbe dire. Avendolo interpretato nel peggiore dei modi, forse è un bene che il maggioritario all’italiana venga riposto tra le molte ingombranti anticaglie che il sistema è riuscito a partorire. Con dispiacere sincero da parte di coloro che ritenevano la modernizzazione delle istituzioni e della politica più in generale alla portata dopo la crisi che si manifestò agli inizi degli anni Novanta. Ma tant’è. “Contro la stupidità gli stessi Dèi lottano invano”, ammoniva Friedrich Schiller. I partitanti sembrano intelligenti, ma sono soltanto furbi. Talvolta avvelenano i pozzi per eliminare gli avversari, come fecero con il Porcellum, salvo poi avvelenarsi loro stessi; talaltra modificano irresponsabilmente parti della Costituzione di cui sono vittime, come gli effetti dello stravolgimento del Titolo Quinto della Costituzione dimostrano; altre volte ancora si fanno leggi su misura, che poi stupidamente regolamentano in maniera pedestre, come quella sul finanziamento pubblico a se stessi fidando sulla distrazione dei cittadini che, invece, se ne accorgono e li mettono in croce.

Adesso, nelle condizioni attuali, costretti ad invocare (come in realtà stanno facendo sia pure nascondendo le loro reali intenzioni dietro una cortina di ipocrisia) Monti forever, dovrebbero procedere al varo di una legge elettorale che, paradossalmente, non faccia vincere troppo qualcuno e non faccia perdere catastroficamente nessuno. Così possono fare la Grande coalizione, con il Professore a capo di un direttorio politico, nelle vesti, se il paragone non l’offende, di Primo Console. Certo, dietro non c’è la tragica grandezza della Rivoluzione francese, ma soltanto le gherminelle da pollaio di una partitocrazia tanto indecente quanto impotente. Comunque è pur sempre un passo avanti per le forze politiche che in tal modo si riprenderanno parzialmente la scena.

Napolitano vedrà disattese le sue aspettative. Ma potrà dirsi soddisfatto di aver compiuto il proprio dovere fin in fondo. Ma gli altri, i comprimari di questa agonizzante Repubblica?

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