Meno province per tutti!

By Redazione

luglio 11, 2012 politica

Tra i diversi capitoli del provvedimento Spending Review, approvato dal Governo lo scorso 5 luglio, la proposta di accorpamento delle province sembra uno di quelli che può far registrare spiccata sintonia tra Monti e un gran numero di italiani. Con ordine. Di abolizione o taglio delle province, istituzione in conflitto di competenza con altri enti locali e voce consistente di spesa pubblica, si parla da tanto.

Si ricorderà che Berlusconi, giusto la scorsa estate, scrivendo alla Ue aveva annunciato un’iniziativa parlamentare a riguardo, poi arenata, soprattutto per l’opposizione della Lega. In quell’occasione, questa battaglia fu abbracciata con fervore dall’Idv. Oggi Monti torna su quel nodo che il Governo precedente non ha avuto la forza e la capacità politica di sciogliere. E sembra che lo faccia in modo condivisibile. Il testo Spending Review parla di diminuzione e non abolizione delle province. Stabilisce poi i criteri con cui tagliare e/o accorpare: dimensione e popolazione dei centri.

Restano esclusi i capoluoghi di regione. Per le province rimanenti vengono definite le competenze (ambiente, trasporti e viabilità). Forse non tutti sanno che in Italia abbiamo 107 enti provinciali: se i criteri annunciati dovessero rimanere invariati, questo numero sarebbe dimezzato. Inoltre, vengono istituite dieci Città metropolitane, che sostituiscono nei fatti gli enti provinciali dei comuni più grandi d’Italia (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria). Non entriamo nella polemica dei numeri. C’è chi sostiene che il guadagno ricavato da una simile soppressione sia di scarsa entità. Visti i tempi, non si dovrebbe buttare nulla.

Evidentemente non si tratta solo di risparmi ma anche di razionalizzazione del funzionamento della macchina amministrativa: laddove essa lavora male o con scopi poco riconoscibili si concentra con sospetto l’attenzione del cittadino. Soprattutto in un momento di austerity. E anche un confronto con l’Europa lo rivela. Allora, c’è chi è insoddisfatto dalla proposta Monti relativa alle province perché vorrebbe di più – l’abolizione totale per esempio – o perché teme, fondatamente, che le province eliminate possano risorgere con l’aspetto di Città metropolitane, all’interno di un’interpretazione schiettamente italiana del concetto di Spending review.

C’è chi invece è insoddisfatto, magari tacitamente, perché ancora difende questi enti, e li difenderà (il ceto politico occupato al suo interno, per esempio, con lodevoli eccezioni). Ma sembra che tra questi due poli di insoddisfazione, di varia profondità, ci siano tanti potenziali soddisfatti. Perché s’è fatto quel che si poteva fare. Perché è stato toccato un tabù politico. Perché è stata prospettata con competenza una razionalizzazione necessaria. Insomma, soddisfatti di ciò che finora non era stato ancora fatto. Chi dice dell’esistenza di questi potenziali soddisfatti? Per esempio il sondaggione settimanale di Mannheimer che denuncia come un italiano su sette sia favorevole alla Spending review. Certo, in modo diverso a seconda dei capitoli, ma complessivamente favorevole. Certo, approva i tagli per i settori diversi da quello in cui è impiegato (come il nucleare: favorevole ma in un’altra regione).

È vero che il cittadino, o meglio l’intervistato, in questo caso, si trova davanti a un’alternativa dilemmatica: aumento dell’Iva o tagli. E dalla torre deve buttare i tagli: toccatemi tutto ma non i consumi. Quello che sta provando a fare il primo ministro scongiurando l’aumento dell’Iva. Non vi fidate dei sondaggi di uno dei più corteggiati sondaggisti dei talkshow televisivi italiani? Ricorderete allora un dato, purtroppo poco pubblicizzato: l’esito del recente referendum svolto in Sardegna per l’abolizione di quattro province isolane su otto (Gallura, Medio Campidano, Sulcis, Ogliastra), giornalisticamente presentato come referendum “anticasta”.

Questa volta non si tratta di intervistati ma di cittadini, elettori che hanno raggiunto un quorum per nulla scontato, dimostrando adesione viva al problema, e che si sono espressi per l’abolizione delle province sarde più recenti, istituite circa dieci anni fa. Insomma, sul capitolo accorpa province Monti incontra consenso. Speriamo che il traghettamento attraverso il Parlamento non riservi inaspettate forche caudine proprio per un provvedimento popolare. Potrebbe essere un autogol della politica se si scoprisse che su un punto simile un tecnico trova una più ampia sintonia con l’elettorato rispetto ai partiti. Per alcuni, una scoperta di questo tipo potrebbe tradursi in una precisa indicazione di voto.

(Qdr magazine)

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