L’’indipendenza del web

By Redazione

luglio 9, 2012 Esteri

La rete libera. L’idea è senza dubbio accattivante, forse proprio per questo sbandierata e rivendicata un po’ ovunque, come se il significato fosse ovvio e di facile definizione, e soprattutto come se volesse dire la stessa cosa per tutti. Eppure basta poco per rendersi conto che definire il concetto di rete libera è un’impresa  quanto mai complessa.

Nel gennaio 2012, in seguito alle numerose proteste, negli Stati Uniti venivano bloccati due proposte di legge sulla circolazione di contenuti in rete: la prima era il famigerato SOPA, acronimo con il quale è divenuta nota la proposta di legge chiamata Stop Online Piracy Act; la seconda è il PIPA, acronimo per il Protect IP Act. Tutta la Silicon Valley si schierò contro Hollywood. Furono principalmente le grandi compagnie come Mozilla e Google a fermare le due proposte di legge, obbiettando che, in nome della protezione del copyright, si andava a colpire la libertà di espressione. Insomma, qualcosa di tutto simile a quello che sta accadendo in queste settimane in Europa con l’ACTA.

A distanza di mesi non è facile intuire quale sarà la prossima mossa dell’industria culturale e dell’intrattenimento, che mantiene fisso l’obbiettivo di proteggere il copyright dei contenuti che continuano a girare sul web nonostante le minacce, le leggi, le multe e le campagne di sensibilizzazione.

John Perry Barlow, uno dei fondatori della Electronic Frontier Foundation, ci era arrivato già nel 1996, quando scrisse la dichiarazione di indipendenza del Cyberspazio. Proprio a ridosso del 4 luglio, festa dell’Indipendenza americana, un gruppo chiamato Free Press ha pubblicato “The Internet Declaration of Freedom”, una nuova dichiarazione di indipendenza del web, appoggiata e sottoscritta da vari gruppi e singoli utenti, che ha ben presto fatto il giro del mondo. Si tratta di una dichiarazione in 5 punti, piuttosto semplice, qualcuno potrebbe affermare che rimane anche abbastanza vaga nei contenuti:

“Siamo per una Internet libera e aperta. Sosteniamo processi trasparenti e di partecipazione per creare le regole di Internet e il riconoscimento di cinque principi basilari:

Espressione: non censurare Internet.

Accesso: promuovere accesso universale a reti veloci e affidabili.

Apertura: mantenere Internet una rete aperta dove ognuno sia libero di collegarsi, comunicare, scrivere, leggere, guardare, parlare, ascoltare, imparare, creare e innovare.

Innovazione: proteggere la libertà d’innovare e creare senza permesso. Non bloccare le nuove tecnologie, non punire gli innovatori per le azioni dei loro utenti.

Privacy: proteggere la privacy e difendere la possibilità di ognuno di controllare come i suoi dati e dispositivi sono usati.”

Alla testa della campagna del gruppo Free Press, il giovane Joshua Levy (@levjoy). Levy sostiene che i principi della dichiarazione sono intenzionalmente vaghi e sono stati concepiti per stimolare una reazione positiva, con lo scopo di invitare le persone a discuterne e confrontarsi. Al sito della campagna Save the Internet si legge che lo scopo del gruppo Free Press è quello di dare la possibilità alla gente di sedersi al tavolo dei processi decisionali. In una parola: partecipare.

Oggi gli Stati Uniti sono ancora alle prese con CISPA (Cyber Intelligence Sharing and Protection Act), che gode anche del supporto di Facebook e pare avere un consenso bipartisan. L’intento del gruppo Free Press può risultare nebuloso ma è il sintomo evidente della sola certezza che sembra ormai auto evidente: quello che chiede la rete, quello che chiedono i cittadini, è di poter avere voce in capitolo, prendere parte a processi decisionali che li toccheranno inevitabilmente molto da vicino. La capitolazione dell’ACTA all’Europarlamento ha segnato un punto di svolta in questo senso. La politica non può più fare a meno di confrontarsi con la gente.

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