Volevo solo vendere i gelati

By Redazione

luglio 8, 2012 politica

La scorsa settimana Antonio Funiciello mi ha chiesto, saputa la mia piccola storia, di raccontarla qui su qdR. Nulla di complesso, intendiamoci. Tutto nacque da un comune desiderio di un gruppo di amici, i quali ritenevano che la vita post studio non poteva nascere ed esaurirsi nella cornice di un unico posto di lavoro a tempo indeterminato. Volevamo sentirci ed essere utili, e fare impresa era per noi uno dei metodi più efficaci.

Decidemmo così di unire i nostri risparmi per aprire una gelateria. Prendemmo subito un appuntamento presso la camera di commercio di Milano. Finito il nostro colloquio capimmo che la burocrazia costituiva il cappio ed il muro di gomma del nostro Paese. Una volta individuato l’immobile, infatti, bisognava fare un progetto redatto da un architetto o ingegnere iscritto all’albo e portarlo al comune per la valutazione. Superato questo passaggio, occorreva fare la richiesta della licenza. Nel frattempo era necessario andare da un notaio per la costituzione della società e da un commercialista per l’iscrizione alla camera di commercio. Senza ancora essere partiti, occorreva pagare architetto, commercialista, notaio e bolli vari per portare il progetto all’attenzione dell’ufficio pubblico competente.

Non contenti e con il business plan alla mano, andammo a chiedere un finanziamento a supporto della nostra idea. Considerato che avevamo del capitale per fare impresa, ci sentivamo abbastanza ottimisti sull’esito della nostra richiesta. La risposta fu la seguente: “Voi avete due grandi aspetti negativi. Siete una società in start up e siete giovani. Per noi questi due elementi costituiscono il massimo del rischio e quindi non possiamo finanziarvi. I vostri genitori hanno una casa di proprietà o cento mila euro da mettere in garanzia?”.

Indispettiti per quanto ci stava riservando la nostra comunità in termini di possibilità di investire nel futuro, decidemmo di capire come funzionavano le cose in Australia. Dalla camera di commercio italiana a Sydney scoprimmo che non ci sono licenze o richieste da richiedere. Occorre rispettare canoni di igiene chiari e semplici e ottenere una certificazione analoga a quella Haccp in Italia, seguendo un corso di 8 ore e presentando domanda al council locale. Nel rapporto con la pubblica amministrazione, si utilizza l’email per comunicare e si sa sempre il nome della persona incaricata di seguire la pratica. Una volta ottenuta l’ABN (la nostra partita Iva) la si può utilizzare per aprire diverse attività che devono avere differenti business name. La tassazione sull’attività di impresa è intorno al 30%. Poi ci sono incentivi per start up e imprese straniere che assumono cittadini australiani.

Nessuno di noi andò via, forse per poco coraggio, ma anche perché pensammo che scappare non era la soluzione. Oggi, nel leggere che il 36,2% di giovani non trovano lavoro, guardo con rammarico a quella scelta non fatta. La nostra società sta uccidendo sogni e desideri dei giovani, mediamente istruiti e preparati ma tenuti all’angolo dall’egoismo di una classe dirigente miope e cooptata che pensa di essere in grado, dopo aver compiuto danni dalla portata incalcolabile, di indicare vie di uscita e soluzioni credibili.

Viviamo l’ingiustizia del debito pubblico che non abbiamo creato noi e fare impresa, se non si hanno conoscenze o famiglie benestanti, è quasi impossibile. Certo, abbiamo il dovere di partecipare al risanamento dell’Italia e proprio per questo dobbiamo prenderci anche il diritto di diventare classe dirigente e di costruirci un futuro migliore. Tutti insieme siamo l’espressione viva e meritoria di questo Paese e siamo pronti a competere in occasione delle primarie e, l’anno prossimo, alle elezioni politiche, per guidarlo. Mai come ora è giunto il nostro momento.

(Qdr magazine)

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