Progect X, la festa che spacca

By Redazione

luglio 7, 2012 Cultura

Project x: una festa che spacca, diretto da Nima Nourizadeh e prodotto da Todd Philips già regista di Una notte da leoni, è una commedia adolescenzial-demenziale, ennesimo frutto della scia lanciata da American pie.

Il film presenta però qualche differenza dalla norma del filone di cui è parte e mostra, come già hanno fatto notare gli osservatori più acuti e interessati a questi aspetti, un certo interesse sociologico e antropologico. L’ambientazione è quella liceale tipica di questo tipo di operazione, e la trama è presto detta: ci sono tre amici sfigati che non brillano per popolarità e successo. È il compleanno di uno di loro e, approfittando dell’assenza dei suoi genitori, decidono di organizzare una mega festa indimenticabile ed epica.

Il progetto funziona, arrivano centinaia di persone e lo sballo aumenta fino a superare i livelli di guardia e a sfuggire di mano: la devastazione, l’anarchia, l’autodistruzione e la distruzione prendono sempre più piede, fino ad arrivare incontrollabili addirittura allo scontro e alla sommossa contro la polizia. Oltre alle consuete sbornie e ai ricorrenti rapporti randagi, vediamo auto e alberi incendiati, la casa distrutta come dopo il passaggio degli Unni di Attila, feriti, pioggia di ogni tipo di oggetto sull’incredula polizia; insomma, la parola devasto va oltre il significato adolescenziale di notte brava e del mal di testa la mattina dopo e assume un ben più tragico senso letterale.

Bisogna ricordare che il film è interamente girato con un finto “found-footage”, o se preferiamo come un “mockumentary”, cioè come se avessimo davanti finti materiali preesistenti riassemblati: l’occhio della macchina da presa coincide, sovrapponendosi, con le riprese amatoriali degli amici (compiute da un quarto ragazzo che compare solo una volta riflesso in uno specchio) e degli ospiti, fatte con telecamerine e cellulari, con le riprese della polizia e con i servizi dei telegiornali.

Il film appare quindi come un continuo flusso di immagini amatoriali, casalinghe e improvvisate, che cercano di dare maggiore aderenza possibile con i comportamenti e le azioni dei giovani protagonisti. Questa scelta stilistica permette anche di dare maggiore spazio a quello che in American pie e in altri film del genere era implicito e nascosto: il vuoto “ideologico” e di valori e il sostanziale nichilismo sottesi ai comportamenti e ai desideri delle generazioni rappresentate. Per esempio, al momento dello scontro finale con la polizia, la modalità di messa in scena ricorda la rappresentazione delle rivolte urbane e dei moti di piazza degli ultimi anni, dalle Banlieu parigine, all’incazzatura dei giovani londinesi passando a quelle delle primavere arabe. Con la differenza che qui, ovviamente, il motivo alla base non è una rivendicazione politico/sociale o un più o meno sensato substrato ideologico, ma è semplicemente la voglia di volere continuare con il casino autodistruttivo e lo sballo fine a se stesso, in una mancanza di consapevolezza della portata degli atti compiuti.

Si arriva ad un punto mai toccato dalle altre commedie del filone, dove questa base, pur facendo capolino tra le righe, era più nascosta, filtrata da un più acceso tono “goliardico” e smorzata da sostanziali lieti fine di presa di consapevolezza dei protagonisti. In Project x invece l’escalation finale è raccontata con un’atmosfera sempre più amara e quasi inquietante, aiutata da frequenti riferimenti a film horror (Rec, The Blair witch project…), genere di solito più “nichilista” della commedia. La distruzione non presenta neanche quella allegra carica ironica, satirica, sarcastica e anarchica che ha caratterizzato alcuni dei punti fermi della storia della comicità in cui sono avvenuti “apocalissi” simili, dalla feroce eleganza di Blake Edwards di Hollywood Party e della saga della Pantera Rosa, fino al beffardo demenziale di John Landis in The Blues Brothers e Animal house, né il comico è veicolo di una sostanziale inadeguatezza del personaggio verso il mondo che lo circonda, come nei classicissimi Buster Keaton, Charlot e Stan Laurel/Oliver Hardy.

I giovani che spaccano e si spaccano nel party del secolo di Project X non sono metafora e strumento per una critica o una presa in giro della società; dietro, e dentro, di loro presentano solo il vuoto, e una sostanziale profonda tristezza. Questo nonostante, in realtà, i tre protagonisti siano diversi dalla massa che li circonda; il fatto anzi che essi vogliano essere risucchiati dal conformismo imperante, e alla fine ci riescano, è la conferma del “potere” attrattivo, quasi inesorabile, di questo vuoto nichilista. Anche il fatto che in America si siano già organizzate un sacco di feste d’imitazione, e che ci sia già scappato il morto, è, un po’ cinicamente, la dimostrazione della bontà sociologica del film.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *