La particella dei sogni

By Redazione

luglio 5, 2012 Cultura

Peter Higgs lo sapeva. Lo sapeva come Prospero nella Tempesta che «noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni». E i sogni pesano. Lo sospettava da quasi cinquant’anni, da quella prima volta in cui teorizzò che il conto dell’universo poteva essere nascosto in un numero immaginario. C’era qualcosa che non tornava nella nostra idea dell’universo, qualcosa che sfuggiva alla logica matematica del «modello standard».

La domanda che tutti i fisici si sono fatti per anni è dove fosse tutta quella massa mancante, perché il modello non corrispondeva alle osservazioni, dove stava quello scarto tra l’immaginario e il reale, tra la mappa e il territorio. Dove sta quel maledetto bosone che darebbe un senso e un corpo al tutto? La particella di Dio, così l’hanno chiamata. Qualcosa di così inconsistente che nessuno strumento era in grado di vedere, ma così pesante da dare sostanza a tutto l’universo. Noi oggi finalmente sappiamo che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. Ed è per questo che Peter Higgs ha pianto.

È lì in platea come tutti, con la faccia allegra dei suoi 83 anni, con lo sguardo timido e imbarazzato di un uomo che si ritrova con il suo nome appiccicato a quello di Dio. Accade adesso. Fabiola Gianotti, la responsabile dell’esperimento del Cern, dice che sì, il bosone c’è, il bosone esiste. E lui, Higgs, stringe lo sguardo, le guance si rilassano, si toglie gli occhiali, tira fuori un fazzoletto, si guarda intorno, si asciuga gli occhi, si rimette gli occhiali, accartoccia il fazzoletto nella tasca dei pantaloni e applaude insieme agli altri. Da lì a poco, quando i giornalisti lo circonderanno per chiedere un commento, non dirà frasi epocali. Nessuna formula magica. Niente di monumentale. Ma solo un «non sono mai stato così felice».

Higgs è inglese, è nato nel 1929, anno di crisi, anno disgraziato, e quasi non crede a quello che sta accadendo. «È incredibile che la particella sia stata scoperta quando io sono ancora in vita». Pensava che non avrebbe mai trovato conferma alla sua teoria, che gli anni stavano passando e comunque lei era difficile da scovare. Era un’idea, un sogno, un’ossessione, come Moby Dick, come la balena bianca. E pensare che tutto è iniziato per caso. Per una censura editoriale. Un collega di Higgs, Leon Lederman, scrisse un libro che avrebbe voluto chiamare «Goddamn Particle», la dannata particella. Ma l’editore non voleva un titolo che sembrasse una mezza bestemmia. E così alla fine qualcuno disse: «Chiamiamola God Particle». La particella di Dio. Non più una bestemmia, ma un destino. La risposta a tutte le domande.

Ma poi cos’è questa particella di Dio? Higgs spiega che è anche un campo, diffuso ovunque nello spazio. È da qui che passano le altre particelle, gli elettroni, i quark, i fotoni. Ci sono più cose in cielo e in terra di quanto la tua filosofia possa comprendere. Ancora Shakespeare. Amleto. Amleto che parla con l’amico Orazio. È questo il bello. Perché quando passano nel campo del bosone non vanno via lisce. Non tutte almeno. I fotoni sì, loro vanno, continuano ad andare alla velocità della luce. Ma le altre si appesantiscono. Prendono sostanza. Acquistano massa. Rallentano. Alcune come i quark top diventano pesantissime. Altre come gli elettroni rimangono più leggere. È come se lì in quel campo ci fosse della colla. Ci vuole fantasia per immaginare tutto questo. Ci vuole genio per scriverlo con il linguaggio della matematica. E se poi è vero piangi.

Piangi come un padre che abbraccia il figlio, come l’ultimo compito di matematica al liceo, come il giorno in cui ti arriva il primo stipendio, come quando riesci a trasformare i pezzi di legno dell’Ikea in un armadio, come un gol al novantesimo in una finale mondiale o nel torneo di calcetto. E piangi perché dallo scontro super accelerato tra protoni e antiprotoni spunta il pezzo di puzzle mancante. Perché è tutto vero. Perché ce l’hai fatta. Perché almeno una volta nella vita ti sembra davvero che Dio esista.

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