Il Pd, Monti e la continuità

By Redazione

luglio 4, 2012 politica

È inutile la ricerca di chi ha vinto e di chi ha perso: se l’accordo raggiunto al vertice europeo funzionerà, l’intera eurozona potrà giovarsene, poiché il processo di disgregazione, tramite rinazionalizzazione, verrà arrestato.

È dannoso e caricaturale, poi, presentare l’intesa come una disfatta della Merkel e dei tedeschi e un trionfo di Monti e dell’Italia. Non era certo la sola cancelliera, infatti, ad opporsi a qualsiasi intervento calma-spread che non fosse rigidamente condizionato dalla piena accettazione della disciplina fiscale vigilata a dimensione comunitaria. Per sostenere il contrario, bisognerebbe infatti riuscire  a dimostrare che altri – i paesi in difficoltà, la Francia – hanno voluto il Fiscal Compact contro la Merkel. Obiettivamente, una tesi un po’ ardita…

Né aiuta a capire il rilievo dell’accordo raggiunto la tesi che vuole esso sia frutto del prevalere della sinistra socialdemocratica, con l’aiuto di Monti, contro la destra liberista. A parte il fatto che descrivere l’ordoliberalismo della Merkel come ultraliberismo è semplicemente ridicolo, basterà riflettere sul ruolo svolto dalla geniale mossa di Monti d’opporsi alle pur condivise iniziative “per la crescita”, se esse non fossero state immediatamente accompagnate da misure per l’unità finanziaria (Vigilanza e regole sulla stabilità delle banche). E, soprattutto, per consentire ai paesi che rispettano gli accordi di chiedere e ottenere, senza ulteriori condizioni, interventi calma-spread del Fondo salva stati (prima Efsf, poi ESM).

Se si ragiona così, si vede bene quanto sia stata provvidenziale la scelta di dar vita al “governo del Presidente (Napolitano)”: il recupero di ruolo, credibilità e capacità di proposta dell’Italia in Europa era il primo e principale obiettivo; ed oggi possiamo ben dire che – anche grazie alla scelta di Monti come Presidente del Consiglio – esso sia stato pienamente conseguito.

In secondo luogo, si vede bene ora quanto sia stata utile l’azione del governo in questi mesi: altro che “poi torneremo noi e rivedremo tutto”, che ancora si è sentito a Montecitorio nel giorno stesso in cui chi lo diceva stava votando la quarta fiducia sul lavoro. Lungi dall’agire sul freno, bisogna incoraggiare il governo ad andare avanti, a partire da una rigorosissima spending review che, come nell’immediato deve servire a trovare i soldi per non aumentare l’Iva ad ottobre, nel medio-lungo deve fornirci le risorse per tornare ad investire sul futuro, cioè sulle teste dei nostri bambini e ragazzi. Perché è lì, in quelle teste, che c’è il giacimento utile per recuperare il gap di produttività accumulato in questi ultimi vent’anni.

In terzo luogo, si vede bene di cosa c’è bisogno alla dimensione politico-istituzionale, per stare da protagonisti nel processo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa, che si è finalmente riaperto: legittimazione “diretta”, col voto, del Presidente della Commissione (e del Consiglio, decidendo di unificare le due cariche). E, in Italia, un radicale disegno di riforme istituzionali ed elettorali che impedisca alla crisi di rappresentanza dei partiti di diventare crisi della democrazia. A questo punto, il modello francese sembra la soluzione migliore. E bisognerebbe tenerne conto, nelle prossime settimane, al Senato.

Infine, si vede bene di cosa deve (dovrebbe) discutere, per decidere, il Pd: per il 2013, avanzeremo agli italiani una proposta che si caratterizzi per la sua coerenza rispetto alle scelte compiute col sostegno al governo Monti, o proporremo una rottura di continuità? Pretendere di discutere di alleanze senza prima rispondere chiaramente a questa domanda, è inutile. E tempestare di telefonate sindaci, amministratori, segretari di circolo, dirigenti locali per sapere “se stanno con Bersani o con Renzi”, considerando con fastidio la pretesa che il nodo sia sciolto con un confronto trasparente, è addirittura patetico.

(Qdr magazine)

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