Twitter: operazione trasparenza

By Redazione

luglio 3, 2012 Cultura

Anche Twitter è alle prese con la trasparenza. Il social network degli uccellini blu si è imposto sin dalle suoi primi cinguettii, e ormai quasi per definizione, come lo spazio della libertà di parola. In nome di questa idea di trasparenza, Twitter ha diffuso il 2 luglio il primo report sulla trasparenza, proprio poco prima della festa del 4 luglio, data che segna l’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Una scelta che dà al report un significato che va oltre il desiderio di trasparenza e che sfocia nella protesta, o almeno in una forma di protesta mascherata da mera diffusione di dati.

Il report spiega perché Twitter cancella alcuni post e chi è che chiede informazioni. Il social network racconta gli ultimi 6 mesi di richieste del governo, segnalazioni e notifiche del Digital Millennium Copyright Act. Quest’ultimo, meglio conosciuto con la sigla DMCA è una legge statunitense relativa al copyright, grazie alla quale sono illegali sia la produzione che la divulgazione di tecnologie, strumenti o servizi che in grado di aggirare le misure di accesso ai contenuti protetti da copyright. Oltre ad un inasprimento delle sanzioni per i violatori del diritto d’autore, il DMCA rende inoltre illegale l’elusione di dispositivi di controllo d’accesso, anche quando non sia riscontrabile una violazione del copyright. 

Dal report gli utenti ricevono qualche pillola di informazione che in realtà dovrebbe preoccuparli. Primo, apprendiamo che i governi effettivamente chiedono a Twitter informazioni sugli utenti; secondo, che i governi chiedono a Twitter di rimuovere contenuti; terzo, che Twitter riceve richieste dai detentori di copyright, e questo nonostante non sia una piattaforma che ospita materiale protetto dai diritti d’autore. 

Quindi Twitter non è libero come sembra? Non solo. Sebbene tenga a precisare che i contenuti prodotti dagli utenti sono di proprietà degli utenti, deve comunque sottostare alle leggi dei paesi nei quali è presente. Fuori dagli USA, sembrano esserci pochi casi nei quali Twitter ha dovuto dare ai governi informazioni sugli utenti. Ovviamente tra i paesi non figura la Cina, lì non c’è bisogno di essere trasparenti sui dati, dal momento che Sima Weibo (la versione cinese di Twitter) è ben controllato dal governo e chi protesta perde punti fino a che il suo account viene rimosso dal sistema. Ma all’interno degli USA i numeri sono piuttosto alti.

A questo proposito, emblematica sembra essere la vicenda di Malcolm Harris, risalente al gennaio scorso. Harris venne accusato di aver causato dei disordini durante le proteste di Occupy Wall Street e dalla corte del distretto di Manhattan partì una richiesta di accesso ai suoi dati personali su Twitter. Il punto è che la richiesta di accesso ai dati in questione non sarebbe stata necessaria per il tipo di accusa mossa a Harris. Eppure il giudice Matthew Sciarrino, per tutta risposta, ha ritenuto che l’esibizione dei dati personali di Harris fosse necessaria, soprattutto quelli relativi alla localizzazione, per determinare che lui fosse effettivamente presente ai disordini. Con giudici così, trasparenza o meno, non c’è tanto da sentirsi al sicuro.

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