Addio Pininfarina, senatore liberale

By Redazione

luglio 3, 2012 politica

Il 19 maggio del 2006 Romano Prodi ottenne sul filo di lana la fiducia al Senato. Decisivi i senatori a vita. Tutti? No, all’appello mancarono Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina. Il primo scottato dalla bruciante sconfitta nella corsa alla presidenza di Palazzo Madama. Il secondo per uno stato di salute che non gli permise mai di partecipare regolarmente ai lavori dell’Aula.

Ma il 28 febbraio di due anni dopo, il patron di uno dei marchi italiani più prestigiosi nel mondo arrivò a sorpresa nell’emiciclo. E rispose all’appello per il voto di fiducia cruciale per le sorti dell’esecutivo di centrosinistra. Si astenne (al Senato l’astensione viene conteggiata come voto contrario) e, ancora una volta insieme ad Andreotti, segnò la fine della seconda esperienza prodiana a Palazzo Chigi. La sua non fu una posizione pregiudiziale.

Chiacchierando con gli amici, fin dall’inizio confidò che l’esperienza di un esecutivo non poteva dipendere dal voto di una manciata di anziani signori che, come lui, si trovavano in Parlamento un po’ per caso, non espressione della volontà del popolo. Una professione di liberalismo politico (del Partito liberale fu eurodeputato dal 1979 al 1988) quella di Pininfarina. Ma anche dell’estrema modestia di un uomo che ha portato all’eccellenza l’industria carrozziera del padre.

Quel Battista Farina, detto Pinin, al quale si volle legare per tutta la vita aggiungendo al cognome di famiglia il nomignolo con cui era conosciuto da tutti il capofamiglia. «Ha contribuito col suo talento innovativo all’apertura internazionale dell’impresa italiana» ha detto di lui Giorgio Napolitano in un commosso messaggio inviato alla moglie. Anche il premier Mario Monti, prima di riferire in Senato sugli esiti del vertice europeo di Bruxelles, ha voluto ricordarlo come una personalità «fornita di talento innato» capace di «coniugare la bellezza e la qualità dello spirito italiano».

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