Addavenì baffetto

By Redazione

luglio 2, 2012 politica

Si potrebbe definire l’antica e nobile tattica politica, praticata con garbo e totale mancanza d’ironia da Massimo D’Alema, “governare per interposta persona”.
Il leader Maximo ha avuto il suo posto al sole. Ha tenuto il timone del governo per ben due volte (che poi era una, dall’ottobre del 1998 al marzo del 2000). Suo il volto sul quale è stato impresso con inchiostro indelebile il mantra che scalpitava nelle penne dell’italica stampa da un sessantennio: “Ecco il primo comunista al governo”.

“Addavenì baffetto”, lo sbertucciavano nelle sezioni della Federazione italiana dei giovani comunisti, giocando sul suo machiavellismo politico e sulla versione small del baffo di staliniana memoria. E baffetto venne, stette a Palazzo Chigi, ne respirò l’aria giusto il tempo per passare (nel bene e nel male) alla storia, e poi tornò a fare quel che aveva fatto per una vita.

Quella di D’Alema è la storia di un compromesso permanente. Non importa con chi, come, con cosa, perché. Basta che compromesso sia. Quando portava le calzette bianche sotto i bermuda (si fa per dire, ché D’Alema, nel suo vivere nel corpo di un eterno cinquantenne, ha segnato una linea di condotta eterna per i figicciotti) il compromesso da farsi era quello storico. Poi arrivò Berlusconi, sparì in malo modo il mentore Achille Occhetto, e l’accordo si dovette trovare con un professore romagnolo senza partito. “Non possiamo ancora mettere uno nostro a Palazzo Chigi, non ancora” diceva D’Alema ai suoi quando li spinse a votare Romano Prodi. Che durò il tempo di un Fanfani qualsiasi. Giubilato dalle spensierate truppe dell’amico (ma anche no) Fausto Bertinotti e dalle ambizioni di Max. Che si accorse che, per reggere la barra del comando, a volte occorre prendere decisioni scomode.

La mollò alla prima occasione, una sconfitta alle elezioni regionali che se capitava a Berlusconi se la sarebbe scrollata di dosso come una mosca fastidiosa, e tornò a tessere la propria tela. L’obiettivo era quello di imbrigliare il Quirinale. Ma sfumò sul rush finale, e D’Alema si accontentò di governare per interposto comunista, appoggiando la corsa di Giorgio Napolitano.

Scottato dai riflettori, il leader di Italianieuropei non ha nessuna intenzione di sottoporsi nuovamente alla perigliosa lampada abbronzante della tolda di comando. E se non è lui, tra i post Pci non può essere nessuno. Non dopo lo smacco subito dal vecchio Re Giorgio. Così nei mesi scorsi ha puntato molto su Pierferdinando Casini, salvo poi accorgersi che era un cavallo zoppo. Se l’è fatto amico, e ha di nuovo scartato sulla pista da ballo. Invece del valzer del post-democristiano, si è acconciato a ballare il limbo del post-tecnico. Proponendo, di concerto con Pier, l’amico per un giorno, sia Mario Monti ad ancheggiare sotto l’asticella del centro-sinistra (trattino d’obbligo).

Se supererà la prova, potrà essere proprio lui il nuovo professore a guidare il cartello degli antiberlusconiani. In una stagione nella quale non è chiaro nemmeno se tra i berlusconiani si possa annoverare ancora Silvio Berlusconi. Il tutto per fermare la corsa del gemello diverso, Pierluigi Bersani. Che si sa: dall’Emilia Romagna i comunisti non hanno mai espresso leader nazionali. E poi, vuoi mettere governare per interposto tecnico?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *