Il Pd ha paura della democrazia?

By Redazione

luglio 1, 2012 politica

L’Italia, si sa, è un paese unico, nella sua bellezza e nelle sue tragicità, nelle sue forze e nelle sue debolezze. E nelle sue peculiarità.

Tra queste, vi e’ l’atteggiamento che i partiti politici di centrosinistra eredi delle culture politiche della Prima Repubblica hanno nei confronti del dibattito interno e della contendibilita’ della leadership. Lo abbiamo visto, ma e’ soltanto l’ultimo di una serie di esempi, nelle reazioni alla convention degli amministratori Pd che si sono ritrovarti con Matteo Renzi a Firenze lo scorso weekend.

A nessun leader o classe dirigente piace correre il rischio di essere messo da parte, e questo e’ normale. Ma da noi si assiste ad uno spettacolo diverso.

In nessun paese e in nessun partito si liquida il dibattito interno dicendo che così “si spacca il partito”. Ve l’immaginate Hillary Clinton – candidata in pectore dell’establishment del partito democratico americano nel 2008 – impedire o scoraggiare la candidatura di Obama agitando il rischio di rompere l’unità del partito? In nessun paese e in nessun partito si condannano iniziative come quella di Renzi dicendo che “non e’ questo il momento, che si dovrebbe pensare a lavorare” (in Emilia c’è persino chi ci ha accusato di “snobbare il dramma del terremoto per andare da Renzi”). Ve lo immaginare David Milliband – delfino designato da Blair dopo che volontariamente si fece da parte – nel 2010 condannare o impedire la candidatura alternativa del fratello Ed dicendo che, con la Gran Bretagna alle prese con crisi e guerra, non era il momento di mettere in discussione la leadership e invitandolo invece a darsi da fare nel Labour?

In nessun paese e in nessun partito che si rispetti si mette in atto una neanche-troppo-implicita campagna di condizionamento psicologico di dirigenti di partito e amministratori, condita da velate minacce o vergognose allusioni (“attento se vai da Renzi, eh……”). In nessun paese e in nessun partito il segretario scrive un documento di sostegno a se stesso e “invita caldamente” gli amministratori della sua Regione a sottoscriverlo a scatola chiusa, con tanto di telefonate di accompagnamento da parte di influenti e storici esponenti di partito. Gli stessi da decenni.

In nessun paese e in nessuna partito il dibattito inizia con un piede così sbagliato come si sta prefigurando da noi l’ inizio di quella che potrebbe essere la campagna per le primarie di autunno. Essa dovrebbe essere una grande occasione di confronto e dibattito sulle idee e le proposte per l’Italia del 2020. Dovremmo appassionarci, discutere animatamente su se preferiamo il mercato del lavoro di Damiano o quello di Ichino, la politica economica di Morando o quella di Fassina, la scuola e l’universita’ delle timide riforme o quella in cui dominino meritocrazia e pari opportunita’, la spesa pubblica ridotta ed efficiente, o quella utilizzata (pure male) come panacea di tutti i mali. Dovremmo parlare di quale Europa vogliamo, di come ridisegnare la Repubblica, di come riportare nello spazio pubblico quelle decine di milioni di italiani che ne sono scappati rifugiandosi nell’astensionismo, nell’apatia, nell’egoismo, nel qualunquismo. E non illudiamoci che sia possibile fare l’onnipresente “sintesi”, che nel centrosinistra italiano ha fatto più danni della peste (ve la ricordate le 281 pagine del programma dell’Unione del 2008……? Bella sintesi !). Nel Pd vi sono (almeno) due visioni alternative sulle policy e sulla politics dell’ Italia dei prossimi anni.

La buona notizia e’ che questo non e’ un problema. Non lo e’ mai stato per nessun partito politico al mondo, non si capisce perché lo debba essere per noi. Sarebbe un problema se, ancora una volta, queste due visioni fossero incapaci di confrontarsi con serenità, garbo ma decisione. Se i loro sostenitori si guardassero con sospetto. Se tornasse a suonare il ritornello “invece di discutere tra noi, pensiamo a battere la destra”, un tragico ritornello che ha sempre dimenticato che per battere qualcuno occorre prima dotarsi delle stesse armi, che sparino tutte nella stessa direzione e che prefigurino un’idea condivisa delle soluzioni da offrire ai problemi del Paese.

Le reazioni della pancia e della testa del partito alla probabile discesa in campo di Matteo Renzi possono essere o l’ultimo colpo di coda delle culture politiche della Prima Repubblica, o la prima occasione di costruire quelle delle Terza. A noi la scelta.

(qdrmagazine)

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