Grillismo e fine delle élites

By Redazione

giugno 25, 2012 politica

Beppe Grillo sale, sale, sale. Non ci sono sondaggi, analisi demoscopiche, valutazioni di trend che non diano il Movimento 5 Stelle in Champions League, nell’ipotetica classifica di uno sbrindellato campionato dei partiti. E se a Parma, primo banco di prova, il neo sindaco grillino sta già facendo ridere (le dimissioni dopo un giorno dalla nomina del neo assessore all’urbanistica sono degne di una gag di Buster Keaton), a livello nazionale l’appeal del movimento non sembra risentirne, tanto da continuare a rendere insonni le lunghe notti degli altri leader politici.

Sia chiaro, i sondaggi non sono una fotografia reale ma disegnano tendenze, orientamenti fuori contesto di quella che superficialmente (e spesso in maniera ipocrita) chiamiamo “opinione pubblica”. E’ chiaro che il grillismo procede come un’onda violentissima, uno tsunami che investe lo scenario della società italiana e che più avanza più sembra ingrossarsi, trascinando con sé molto di quello che incontra. Probabilmente, quando l’onda si ritirerà, nulla del paesaggio sarà come prima. Il problema non è politico. Investe la politica ma la travalica. Il grillismo è una fibrillazione emotiva che attraversa tutto il tessuto sociale indebolito dalla crisi economica, da quella delle istituzioni e dalla morte delle élite. E questa fibrillazione che prende forma è quella del rifiuto di ogni sistema consolidato del potere italiano, alimentato dall’utopia della democrazia diretta e da un nomadismo digitale che sposta sui social media il rifiuto di ogni ordine verticale. E questo rifiuto riguarda tutto e tutti.

Gli intellettuali da cortile, che pascolano dentro i confini di quello scatolone mediatico pieno di vecchi giornali e vecchie televisioni, provano a barare, a mischiare le carte a modo loro. Continuano a dire che il grillismo è un fenomeno puramente politico (o a-politico). Il prodotto, cioè, di una crisi sostanziale della rappresentanza politica generata dalla odiata casta che siede in Parlamento e che loro (che ovviamente casta non si sentono) hanno provveduto abbondantemente a sputtanare e a delegittimare. Non hanno ancora capito che la gente guarda con simpatia Grillo non solo per odio della classe politica, ma dell’intero assetto di potere del paese di cui loro stessi fanno parte.

Chi dice di voler votare Grillo (e chi l’ha votato), non ne può più dei partiti, certo. Ma non ne può più nemmeno dei giornali che sono così uguali da poter essere uno solo. Non ne può più dei telepredicatori della sera e del teatrino mediatico che alimentano. Non ne può più dei burocrati che hanno polverizzato il paese e imprigionato le vite di ognuno, per poi travestirsi da tecnici e farsi credere immacolati. Non ne può più delle facce da imprenditori di un capitalismo familistico che da 40 anni sopravvive sulle spalle dei veri produttori di ricchezza del Paese, che sono le piccole e medie imprese; e lo fa riempendosi la bocca di scemenze su competitività e libero mercato, dopo aver campato di aiuti di Stato, privatizzando i profitti e socializzando le perdite.

Il grillismo picchia sull’intero estabilishment italiano, denuncia il vuotio di classe dirigente. Non risolve nulla continuare a dire che il grillismo non risolve. Soprattutto quando quelli che lo dicono sono quelli che non hanno mai risolto nulla. Forse occorrerebbe iniziare a ridisegnare un nuovo modo di narrare il Paese, a partire da un’informazione  che aiuti a costruire consapevolezza e  non insegni solo a spiare l’Italia dal buco della serratura.

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