Primavera Araba: una fregatura

By Redazione

giugno 24, 2012 Esteri

Sia chiaro: e lo dico per l’ennesima volta. Non sono né un arabista, né un orientalista, né – tanto meno – un islamista (termine che ormai, visto il recente sviluppo della sua “avventura semantica”, è diventato sinonimo di “fondamentalista islamico”, anch’essa espressione malamente scelta: per cui nel senso di “studioso delle cose musulmane” si dovrebbe forse usare la parola “islamologo”).

Conosco tre parole d’arabo e due di ebraico, anche se con l’aiuto di un buon vocabolario posso cimentarmi nella decifrazione di brevi e semplici testi in entrambi quei nobili idiomi. Il mio parere sulle cose vicino-orientali di oggi è tutt’altro che quello di uno specialista. Comunque, visto che vengo sovente chiamato in causa – e che ho ricevuto proprio ora un invito a partecipare a un dibattito organizzato a Roma dall’opposizione siriana, al quale mi spiace di non poter esser presente -, ecco in non troppe parole quel che penso dell’attuale crisi sia egiziana sia siriana, che s’inquadrano ovviamente in quel Vicino Oriente la chiave di volta del quale – non dimentichiamolo – sta da una parte nell’irrisolto problema della convivenza israeliano-palestinese, dall’altra nell’ossimorico rapporto tra Israele e il regno d’Arabia Saudita, che si odiano ma che hanno un grande amico e alleato e un grande nemico comune, vale a dire, rispettivamente, gli Stati Uniti d’America e l’Iran. A che cosa possa condurre quest’assurda situazione, è difficile dire.

E’ bene partire comunque con i piedi ben piantati in terra da una considerazione molto attuale. L’impasse che ha fatto seguito al risultato delle elezioni presidenziale egiziane di domenica 17 giugno 2012 si accompagna alla grande incertezza che regna sull’imbroglio siriano e agli esiti deludenti, forse disastrosi, della faccenda libica per condurci a un stesso risultato: la “primavera araba” è stata un fiore troppo presto sbocciato e subito calpestato; o, se preferite, una fregatura.

Le storie parallele di Siria e Egitto partono da lontano
Ed è bene proseguire facendo un ampio passo indietro per ricordare brevemente che i due principali paesi a regime “laico” del mondo arabo, Siria ed Egitto, sono oggi accomunati da una situazione che ha tanti elementi di somiglianza quanti ne ha di differenza – entrambi dominati da un regime a carattere militare di lontana origine comune (il “socialismo arabo” nasseriano e baathista),   e caratterizzati sia da un buon rapporto con le rispettive comunità cristiane, sia da un pessimo rapporto con i gruppi “islamisti” di vario segno, ma  divisi dalle differente posizione in campo internazionale dato il rapporto di amicizia e per un certo senso di “dipendenza”, ancora una volta rispettivamente, dell’Egitto con Stati Uniti e mondo occidentale, della Siria con Iran, Russia, in prospettiva Cina e perfino India. Questa loro somiglianza non nasce dal nulla: possiede, anzi, una lunga e articolata storia che affonda le sue origini addirittura dall’età ellenistica, da quando Siria seleucide ed Egitto tolemaico, regni entrambi  usciti dal frammentarsi dell’impero di Alessandro, si scontravano per l’egemonia nello scacchiere del Mediterraneo sud-orientale. In seguito, Antiochia ed Alessandria – e più tardi Damasco e il Cairo – sarebbero divenute le colte e opulente metropoli dell’area: ma la loro rivalità, indagabile anche con il sussidio degli strumenti geostorici e geopolitici,  sarebbe riemersa allorché, dopo un effimero momento avviato nell’ultimo quarto del XII secolo allorché il Saladino era risucito a unirle in un comune sultanato dotto la formale obbedienza al califfo abbaside e sunnita di Baghdad, Siria ed Egitto si sarebbero di nuovo separate per finir poi la prima, a partire dal Cinquecento, sotto al sovranità ottomana, la seconda prima sotto quella mamelucca e poi ottomana a sua volta.

Furono inglesi e francesi, nel 1916, a rievocare i due antichi regni e a riportarli a nuova vita, ma in un modo dle tutto nuovo, allorché essi convinsero il “custode dei Luoghi Santi” della Mecca, lo sharif ashemita Hussein – la seconda autorità spirituale dell’Islam sunnita dopo il sultano di Istanbul, il quale deteneva anche la dignità califfale – a ribellarsi al potere ottomano (alleato di Austria e di Germania nellaprima guerra mondiale), in cambio della promessa di poter riunire tutti gli arabi dal Caucaso al Corno d’Africa e dal Nilo al Tigri in un solo grande regno. A quel punto,  le borghesie damascena, alessandrina e cairota erano già alquanto occidentalizzate, mandavano i loro figli a studiare ad Oxford, a Cambridge e a Parigi, e fin da quando il generale Bonaparte era sbarcato nel porto di Alessandria il 2 luglio del 1798 nutrivano anche ideali e aspirazioni di tipo massonico.

L’Occidente era diventato la loro passione, il loro modello. Le élites politiche, diplomatiche e commerciali arabe e musulmane lo conoscevano bene e lo amavano. Altro che ignoranza, altro che diffidenza. La “frustrazione”, quella di cui parla con tanta insistenza sir Berbard Lewis, era già da allora forse in qualche misura implicita: ma sarebbe deflagrata più tardi, insieme con il risentimento e il rancore, solo in seguito alla delusione successiva alla prima guerra mondiale.

L’Occidente, nonostante le promesse, non aveva intenzione di far nascere una grande potenza araba unitaria
E sappiamo com’è andata. In realtà, né i francesi né gli inglesi – nonostante gli impegni assunti con Hussein, ch’ebbero pure un peso incalcolabile sull’esito del conflitto – avevano intenzione di far nascere, a sud-est del Mediterraneo, una nuova grande potenza araba unitaria. Mentre le due potenze belligeranti liberali promettevano a Hussein la corona di un nuovo grande regno che avrebbe unito tutti gli arabi,   il patto Sykes-Picot delimitava le rispettive aree d’influenza francese (a nord e ad ovest, futuri Siria e Libano) e  britannica (a sud e ad est, futuri Iraq, Giordania, Palestina ed Egitto) mentre con la “dichiarazione Balfour” gli inglesi s’impegnavano a far nascere un “foyer ebraico” in Palestina.

Questi passi diplomatici segreti furono però rivelati al mondo dal primo governo bolscevico, guidato da Lenin, che aveva condotto il suo paese fuori dal conflitto: gli arabi capirono così di essere stati giocati, ma era troppo tardi. Dal canto suo, la Francia favorì la costituzione nella sua zona di “mandato” (una forma di protettorato che edulcorava una realtà coloniale di fatto) di repubbliche, mentre gli inglesi sceglievano per gli stati arabi dei quali avrebbero consentito la  fondazione sul loro territorio la forma istituzionale monarchica, affidando ai due figli di Hussein Abdallah e Feisal, rispettivamente, la Giordania e l’Iraq ed erigendo in monarchia finalmente libera dall’alta sovranità ottomana anche l’Egitto.

Hussein avrebbe pur potuto erigere a sua volta in regno la penisola arabica, anch’essa liberata dalla sovranità ottomana: ma gli alleati vincitori lo punirono non già perché non fosse abbastanza liberale e filoccidentale, bensì perché lo era fin troppo: il suo sogno era  dotare la futura monarchia araba di istituzioni all’inglese, con un sistema rappresentativo bicamerale (il suo modello era l’impero indiano posto sotto la sovranità di Sua Maestà Britannica).

Ma intanto era cominciata la corsa al petrolio e l’hashemita, che conosceva le quotazioni di Borsa, esigeva royalties troppo alte. Allora i britannici cambiarono cavallo e fecero in modo che la sovranità dell’Arabia andasse al gruppo tribal-religioso più integralista della penisola, quello dei wahhabiti guidati dai Beni Saudi.

In tal modo, là dove avrebbe potuto esistere una grande monarchia unitaria araba istituzionalmente inquadrata secondo modelli parlamentaristici, che avrebbe potuto addiritura intraprendere la via dell’occidentalizzazione scelta di lì a poco dalla Turchia di Mustafa Kemal Ataturk e dall’Iran di Reza Shah, si insediò una monarchia dispotica e tradizionalista.

Nasce il fondamentalismo
Intanto in tutto il mondo musulmano, deluso dall’atteggiamento dei “liberatori” occidentali, nascevano i movimenti fondamentalisti di Hassan Ibn Bannah in Egitto e di Ali Gimma in India nordoccidentale (futuro Pakistan), la parola d’ordine die quali era che dall’Occidente “cristiano” non sarebbero mai arrivate se non menzogne e oppressione, e   che l’Islam doveva elaborare dall’interno di se stesso modelli in grado di render compatibili fede e modernizzazione. Da parte inglese, gli architetti di questo fallimentare assetto erano stati un brillante funzionario, sir Winston Churchill, e un’intraprendente signora, Gertrud Bell, amante di Feisal d’Iraq. Ne paghiamo ancora le conseguenze: prima fra tutte la questione israelo-palestinese, originata dall’incapacità inglese di gestire una convivenza fra popolazioni arabe  tra Mediterraneo e  Giordano e coloni sionisti che pur, durante l’impero ottomano, si era sviluppata  nel segno di un’amichevole convivenza.

Metà del 900: fallisce il tentativo di una Repubblica Araba Unita

Negli Anni Cinquanta-Sessanta, sotto il governo di Nasser in Egitto, fu lanciata l’idea della Repubblica Araba Unita, che avrebbe dovuto stringere in un solo stato federale Egitto, Siria e più tardi anche Iraq: ma le discordie tra gli arabi, la paura degli israeliani che un’unione siro-egiziana finisse per soffocare il loro giovane stato (com’era accaduto per il regno crociato di Gerusalemme tra 1187 e 1291), la volontà britannica di mantenere il controllo del canale di Suez che l’Egitto aveva nazionalizzato e la preoccupazione statunitense per il fatto che la repubblica araba, laica e socialista,  si era schierata al fianco dell’Unione Sovietica in tempi di “guerra fredda” congiurarono nel provocare il fallimento di quell’esperienza unitaria egizio-siro-irakena, peraltro avversata dagli altri paesi della Lega Araba, a loro volta prigionieri della contraddizione che li faceva essere al tempo stesso fedeli alleati degli statunitensi e avversari ostinati d’Israele. Questa situazione d’impasse ha consentito agli israeliani  di procrastinare  sine die la soluzione della questione palestinese e di erodere con i loro insediamenti coloniali gran parte del territorio originariamente destinato al futuro

stato palestinese: e ciò nonostante le più volte iterate “risoluzioni” delle Nazioni Unite.

E adesso che sta accadendo?
E ora, che cos’accade in Siria? E’ evidente che siamo in una situazione di guerra civile. E’ non meno evidente che il fronte avversario del governo legittimo è una realtà composita, nella quale  sono presenti in modo qualificante i gruppi integralisti musulmano-sunniti (che stanno trovano due sostenitori tra loro rivali nell’Arabia Saudita e nella Turchia), mentre forte risulta l’appoggio statunitense, occidentale, turco  e israeliano. A tutelare il governo ufficiale restano Russia, Cina e sullo sfondo la stessa India. Ma un deciso intervento dell’ONU a favore dei siriani insorti appare problematico anche perché la NATO si muove ormai già da tempo secondo una strategia territoriale dichiaratamente ostile alla Russia creando numerose nuove basi missilistiche rivolte contro di lei,  e non sembra quindi certo prudente  procedere nella configurazione di quello che potrebbe sembrare un  casus belli (non dimentichiamo che al riguardo un’altra area delicatissima è quella del Golfo di Hormuz, minato dal tentativo americo-saudita d’impedire l’esportazione del petrolio iraniano: altro che le chiacchiere sull’inesistente potenziale nucleare degli iraniani!…).

Oltre a rischiar di far precipitare le relazioni con l’Iran e la Russia (dietro alle quali ci sono  la Cina e forse perfino l’India), un eventuale intervento degli statunitensi o della NATO in Siria determinerebbe probabilmente  una situazione militare ben più grave di quella che ancora si trascina in Iraq e in Afghanistan.

Con quei due fronti sempre aperti, sia pur contesto di scelte (quelle del 2001 e del 2003, dalle quali noi italiani ci siamo lasciati purtroppo coinvolgere) che ormai si rivelano ogni giorno più fallimentari e di situazioni ormai insostenibili, è davvero il caso – al dilà di altre considerazioni – che qualcuno voglia imbarcarsi in una spedizione in Siria?

Oltretutto, abbiamo l’esperienza libica a dimostrare che l’eliminazione di un governo dittatoriale (e anche qui astraiamo da altre conisderazioni storiche, politiche e giuridiche) non significa affatto automaticamente l’instaurazione di una “democrazia”. Molto saggiamente, il 19 giugno scorso, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha dichiarato che nel progettato gruppo di contatto che dovrebbe avviare una soluzione concertata della crisi siriana deve far parte anche l’Iran,   nonostante l’assurda pretesa degli Stati Uniti di escludere dalle trattative un grande paese confinante con quello interessato e che, per motivi sia geopolitici sia religiosi (la forte persenza sciita in Siria)  sarebbe demenziale escludere.  

E in Egitto?
E passiamo all’Egitto, al situazione del quale – in questo fluido momento nel quale si attendono, più o meno contemporaneamente, la notizia formale del decesso di Mubarak e la proclamazione del nuovo presidente – è dominata da tre elementi di fondo.

Primo: l’esautorazione del vecchio e ammalato Mubarak e della sua cricca familiar-gangsteristica è stata solo un episodio di lotta per il potere (o di consolidamento del potere) all’interno dell’élite militare-tecnologica che guida l’Egitto ormai da più di trent’anni, vale a dire dalla scomparsa di Nasser e dall’avvicendamento della classe di potere egiziana ai governi occidentali.

Secondo: un’eventuale  vittoria dell’ex generale Shafiq (aviatore come Mubarak e suo stretto collaboratore), dubbi sui brogli a parte,  preluderebbe a un  suo governo su un paese nel quale l’Alta Corte ha sciolto il Parlamento, mentre mancano ancora non solo una Costituzione, ma perfino una Costituente;  e su già quello che qualcuno ha definito un “colpo di stato militare”, le decisioni dell’Alta Corte,  aleggia l’ombra del potente Omar Suleyman, il Beria di Mubarak; mentre una vittoria del candidato dei “Fratelli Musulmani” significherebbe un immediato scontro fra il nuovo rais e la Giunta Militare.

Terzo: le dure pressioni esercitate sui Fratelli Musulmani prima del voto (spinte fino a menzogne, minacce e ingiurie diffuse dai media quasi tutti controllati dal regime) hanno ovviamente intimidito e disorientato la “maggioranza silenziosa”, ma stanno anche avendo l’effetto di radicalizzare le forti minoranze che finora erano decise ad appoggiare il moderato Morsi.

L’esito delle presidenziali rischia di convincere gli oppositori della giunta militare che la politica della ragionevolezza e della mano tesa, adottata dai “Fratelli Musulmani” egiziani sul modello dei loro colleghi tunisini, sia solo perdente: e  il rischio è un rafforzarsi del fronte estremista salafita, con tutti i rischi del fondamentalismo e magari del terrorismo.

La “rivoluzione di piazza Tahrir” sembra fallita: a causa  anche di qualcosa di simile a quel che accade fra noi. E’ stata e resta più virtuale e telematica che non reale: facebook e telefonini, ma niente persone reali e concrete che discutano e che si confontano. L’ultimo stadio dell’individualismo tecnologico coincide col risultato più ambìto dai tiranni, la demobilitazione di massa, l’incapacità di organizzarsi e di costruire comunità politiche in grado di dare risposte serie ed effettive.

D’altronde, le prospettive di un irrigidirsi degli integralisti spaventa il ceto medio egiziano, alquanto occidentalizzato e assuefatto ai nostri trends di libertà individuale e di moderato benessere.   In caso di un prevalere degli “islamici” (a tutt’oggi, presumibilmente, in grado di raggiungere la maggioranza dei suffragi in eventuali elezioni corrette), l’Egitto potrebbe diventare, sotto il profilo del genere di vita, una specie di Arabia Saudita? A chi conosce sul serio il Cairo, un’ eventualità del genere  appare impossibile: ma ormai nel Vicino Oriente d’impossibile c’è rimasto ben poco. A complicare tutto, l’irrisolta questione israelo-palestinese che continua a orientare una buona parte dell’opinione pubblica in senso antiamericano e antioccidentale.

Una cosa è certa. Oggi, la situazione è più confusa e più esposta alle soluzioni radicali di prima delle presidenziali. In un contesto ancora fluido e incerto, quel che si può dire è che l’alternativa  più probabile resta quella tra il rafforzarsi della repressione (Mubarak è finito: il suo regime, no) e l’avviarsi di un processo di destrutturazione politica che potrebbe portare, mutatis mutandis, a qualcosa di simile alla situazione siriana: magari con gli americani che giocano il ruolo  diplomatico occupato, nel caso della Siria, dai russi. Non è una prospettiva rassicurante.

(Totalità )

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