Il Pd fa il verso al Pci

By Redazione

giugno 23, 2012 politica

La metafora che mi viene alla mente è quella dell’auto che scarica la potenza delle ruote sul ghiaccio ma non avanza. Batteria carica, gomme in ordine, motore in buono stato ma non si va avanti. Non c’è niente da fare, le ruote non hanno grip, c’è incoerenza tra il terreno su cui ci si muove e lo strumento.

È questa la sensazione che ho provato leggendo l’invito per il convegno Le forme della politica organizzata che si svolgerà presso la Sala Conferenze della sede nazionale Pd, venerdì prossimo.

Mi sono chiesto perché provo questa sensazione? Bastano Tronti e Rechlin? È la relazione introduttiva di Michele Prospero? Eppure ci sono due studiose serie e critiche come Donatella Campus e Sara Bentivegna che garantiscono un approccio non ideologico alla questione della rappresentanza politica e alle nuove modalità di formazione della sfera pubblica.

Ma, tant’è, la sensazione che si tratti di una macchina che slitta e non avanza rimane.

Eppure, il PD, nel recente periodo, s’è mosso: conferenza delle donne, conferenza dei lavoratori, un convegno sul mondo dopo la destra (si parva licet) e ora la forma partito. Allora cos’è che produce la sensazione che non si avanza? Si potrebbe fare altro? E perché bisognerebbe fare qualcosa di diverso; non è forse questo il (solo) modo di far vivere un partito con la p maiuscola?

La questione è che proprio questo modo di rilanciare l’iniziativa del PD fa emergere che il modello ispiratore altro non sia che il vecchio Pci. Non si riesce a pensare con un altro paradigma. Il partito non può che essere quella cosa lì. È diventato un luogo comune: si pensa così perché non si può pensare diversamente. È quello il modello di organizzazione a cui si fa riferimento in politica. Lo fanno tutti anche la destra ex missina e la parte non aziendale di quello che fu Forza Italia. Il discorso non vale solo per quelle esperienze particolari e dagli esiti contraddittori (dal punto di visto organizzativo, non morale o politico) che sono stati il partito azienda (Publitalia), il leaderismo carismatico in salsa padana di Bossi o la nuova versione aziendale di partito compagnia di giro con marchio in franchising.

Ma quella cultura organizzativa (giacobino, leninista, fascista, fanfaniana) ha fallito. Non ha dato risultati positivi quando era più “adeguata al tempo” e non potrà darli oggi quando il contesto sociale e culturale è profondamente cambiato. Il PCI, e tutti i partiti di massa nati dopo la seconda guerra mondiale in Italia (piramidali, verticisti, burocratizzati tenuti insieme da visioni ideologico religiose che pretendevano di affiancare se non sostituire lo Stato) erano in crisi prima di Tangentopoli, anzi, hanno portato a Tangentopoli che non può essere considerata solo degenerazione morale ma anche la conseguenza di meccanismi di funzionamento delle istituzioni, dei partiti politici, del rapporto Stato società civile.

Ma ci sono almeno due altre considerazioni da fare guardando la locandina del convegno sulle forme della politica organizzata: un gruppo consistente di dirigenti centrali e nazionali del PD (ormai l’elenco dei partecipanti e anche degli invitati è “manifestazione” di una “distinzione”) si fa esplicito vanto della continuità con la cultura non tanto dei DS (cofondatori del PD) ma dei comunisti italiani. Sono spariti sia gli sforzi di amalgamare culture diverse (seppur fondatrici) sia quelli di misurarsi con le tendenze più forti presenti nella cultura italiana ed europea.

Davvero il partito che si propone di ridefinire le forme della rappresentanza politica adatte al tempo può permettersi di farlo in un recinto così stretto e ristretto? Se pensiamo ai commentatori di queste materie sui quotidiani nazionali o su quelli di tendenza, se facciamo riferimento alle riviste accademiche o ai blog dei think tank non ne troviamo uno.

Emerge più una volontà di affermare se stessi che di conquistare un ruolo egemonico (se si vogliono usare le categorie tanto care ai relatori invitati al convegno). E qui, usando categorie d’antan, potremmo parlare di settarismo non di elittismo.

Davvero si pensa di radicare nella società un partito a vocazione maggioritaria – che Bersani vuole aperto – con un piglio così settario! Se ci si vuole ispirare al Pci si rifletta sul fatto che il fiore all’occhiello del convegno sull’austerità (valore positivo!) all’Eliseo nel ’77 fu il professore del MIT, poi premio nobel dell’economia, Franco Modigliani (e vi garantisco che dichiararsi keynesiani allora nel Pci non era né comodo né facile)! Nell’esperienza del Pci, la tensione ad agganciare gli altri, a confrontarsi con loro era un imperativo frutto di una cultura politica che aspirava comunque a interpretare l’interesse generale e a volerlo affermare con la democrazia, cioè con la conquista della maggioranza degli elettori.

Con questi orizzonti limitati non si daranno mai risposte all’altezza della crisi che vive l’agire politico oggi in Italia. E, non si affermeranno mai leader nazionali. Al massimo referenti di filiere organizzative.

Ecco allora la differenza tra efficienza ed efficacia: una macchina efficiente può funzionare bene ma avere le ruote che non pigliano e non avanzano (può organizzare un convegno con tanta gente in sala), una macchina efficace ha il sistema di trazione adatto al terreno che deve percorrere (fa maturare proposte convincenti offre soluzioni che funzionano).

(qdrmagazine)

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