L’Ue processa le intercettazioni

By Redazione

giugno 22, 2012 politica

Ora sulle intercettazioni l’Italia rischia grosso: giovedì la Commissione europea ha disposto l’apertura di una procedura di infrazione contro il nostro paese, reo, secondo le accuse di Bruxelles, di violare le disposizioni continentali nell’assegnazione dei contratti. In sostanza, la Commissione accusa le procure italiane di affidare le intercettazioni telefoniche e ambientali senza le gare d’appalto previste dalla legge, ma tramite invece assegnazione diretta, a completa discrezione della stessa procura.

La notizia, passata quasi inosservata nonostante in questi giorni una rovente polemica sulle intercettazioni telefoniche sta scuotendo addirittura le fondamenta del Quirinale, è stata diffusa dal Sole 24 Ore. Eppure, se la Corte di giustizia dell’Unione europea dovesse effettivamente rilevare la violazione delle disposizioni Ue, l’Italia verrebbe condannata ad una sanzione che, nel migliore dei casi, sfiorerebbe i 10 milioni di euro, così come fissato dal tabellario della Comunicazione Sec 1658/2005, e con interessi di mora variabili tra i 22mila e addirittura i 700mila euro per ogni eventuale giorno di ritardo nel pagamento.

In base al disposto dell’articolo articolo 125, comma 11, ultimo periodo, del decreto legislativo n. 163/2006 l’affidamento diretto del contratto per l’acquisizione in economia di lavori, beni e servizi da parte di un contraente pubblico è consentito esclusivamente per cifre inferiori ai 40mila euro. Fatto salvo che, anche entro tale importo, «la stazione appaltante è tenuta a rispettare i principi della rotazione, non discriminazione, par condicio e con il supporto di adeguata motivazione».  Il problema è che, secondo i dati in mano alla Commissione Europea, il giro d’affari delle intercettazioni ammonta a oltre 450 milioni di euro ogni anno. Di questi, quasi 320 milioni (circa il 70% del totale) vengono commissionate da sole sette procure della repubblica. Tra tutte, quella di Napoli, dove gli ultimi dati ufficiali parlano di oltre 12mila persone ascoltate.

Tra i paesi dell’Ue, l’Italia è quello in cui il ricorso alle intercettazioni è maggiore, e in continua crescita. Se nel 2004 le utenze ascoltate dai magistrati ammontavano a 93.431, nel 2007 il numero era già salito a 129.081. Gli ultimi dati ufficiali disponibili risalgono al luglio del 2010, e parlano addirittura di 143.500 apparecchi sotto controllo. Sarà una magra consolazione, certo, ma a fronte di questi numeri appare chiaro che Loris D’Ambrosio, il consigliere della Presidenza della Repubblica finito nel mirino dei pm per i suoi colloqui con Nicola Mancino in merito alla presunta trattativa tra stato e mafia, è in buona compagnia.

Non è nemmeno la prima volta che l’Italia finisce nel mirino dell’Europa per le inadempienze nell’affidamento delle intercettazioni agli operatori privati. La prima procedura di infrazione risale infatti al 2008: in quell’occasione l’Italia era riuscita a cavarsi d’impiccio approvando una legge che prevedeva la nascita di un unico ente titolare dell’organizzazione delle gare d’appalto per conto di tutte le procure d’Italia. Peccato però che la legge non abbia mai trovato applicazione, che il fantomatico “ente unico” non sia mai stato creato e che, a tutt’oggi, l’attribuzione dei contratti da parte delle procure avvenga ancora «in via diretta, senza alcuna pubblicità e messa in concorrenza», senza alcun criterio di trasparenza, così come rilevato dalla Commissione Europea. Secondo Bruxelles, dunque, la legge italiana violerebbe addirittura uno dei principi fondanti dell’Europa, quello della libera circolazione delle merci e dei servizi.

Una spiegazione circa le sistematiche violazioni delle disposizioni europee da parte della magistratura italiana viene data dallo stesso quotidiano di via Monte Rosa, il primo a diffondere la notizia. Da un lato, secondo il Sole, peserebbe la necessità spesso imprescindibile di attivare in tempi rapidi le intercettazioni, cosa che renderebbe complicato rispettare l’iter di una procedura tramite bando. Dall’altro, in molte regioni d’Italia, specie al sud, non esiste nemmeno una sufficiente offerta di servizi tale da consentire la gara. Entrambe motivazioni più che valide, ed entrambe risolvibili attraverso l’affidamento dell’intera procedura ad un unico ente nazionale, così come già stabilito da una legge rimasta disapplicata per oltre cinque anni. Ecco perché ora l’Europa è intenzionata a farci pagare carissimo questo ritardo.

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