Ai confini del regime siriano

By Redazione

giugno 22, 2012 Esteri

Telecamera in spalla e neanche un cavalletto a sorreggerla. Un lungo viaggio al confine turco – siriano capace di cambiare la vita. Con sé la voglia di scoprire, capire e documentare una realtà che di lì a poco sarebbe esplosa in tutta la sua violenza. Antonio Martino, giovane regista di origini calabresi ma bolognese a tutti gli effetti, racconta la sua esperienza ai confini della realtà siriana.

Tre mesi dopo lo scoppio delle rivolte in Siria, Antonio è già sul campo pronto a documentare e raccontare la quotidianità dei profughi ammassati nel campo – profughi allestito in Turchia, nei pressi del confine conla Siria. Ilrisultato dei due mesi trascorsi a stretto contatto con i video attivisti di Freedom 4566 è un documentario dal titolo inequivocabile “Isqat al Nizam – ai confini del regime”. Uno sguardo nudo e crudo sulla realtà siriana, dove le decine di video clip che compongono il documentario si fondono con i veri protagonisti. Non giornalisti e neanche registi professionisti, bensì semplici cittadini. Con smartphone e pc portatili al seguito riprendono e documentano ciò che reporter accreditati non sarebbero in grado di fare, perché non ben accetti entro i confini siriani. Si servono delle principali reti di comunicazione globale, come Facebook e soprattutto You Tube, per caricare centinaia di immagini e mostrare al mondo la “macelleria a cielo aperto di Bashar Al Assad” già in atto da mesi. “Non è stato facilissimo realizzare un simile documentario”, racconta Martino “soprattutto per il sentimento di diffidenza condiviso dagli abitanti del luogo verso i giornalisti, considerati molto spesso sciacalli del dolore altrui”.

Ma la circospezione iniziale si è poi tramutata in una fiducia totale da parte di quegli attivisti che, consci dei pericoli e dei rischi ai quali sarebbero andati incontro, hanno comunque accettato di mostrarsi alla telecamera a volto scoperto. Giovani e meno giovani uniti dal medesimo sentimento di abbattere il regime oscuro di Damasco, pur sapendo che la morte li attende ad ogni manifestazione alla quale partecipano o dietro l’angolo delle abitazioni in cui si appostano per girare il loro brevi filmati. Come è accaduto ad Alì, gravemente ferito da un cecchino durante una protesta del tutto pacifica nella città di Marra. “Eravamo lì per chiedere più libertà”, racconta Alì dal lettino dell’ospedale dove è stato trasportato con urgenza per le gravi ferite riportate. “All’improvviso sono arrivate le forze di sicurezza e hanno cominciato a spararci addosso. Sembrava piovessero proiettili. Io tenevo tra le dita un ramo di ulivo in segno di pace, e mi hanno sparato alla mano. Continuavo a gridare libertà, libertà, mentre la mano sanguinava. A quel punto sono venute le forze di sicurezza, mi hanno preso e mi hanno tagliato la mano”. E se numerosi feriti non riescono ad arrivare negli ospedali cittadini per paura di essere arrestati dalle forze del regime, altri riescono a fuggire oltrepassando il labile confine siriano e rifugiandosi in Turchia.

Come il 21enne Howor, studente di lingua inglese e originario di Jizr Al-Shogur. Il 10 giugno 2011 le forze di sicurezza rastrellano la città di Jizr alla ricerca di manifestanti. Hower quella mattina è in casa e guarda il notiziario, quando all’improvviso sente delle urla provenire dalla strada. “Ho visto le forze di sicurezza di Bashar entrare nelle case”, racconta Hower. “Mi sono nascosto sul tetto del mio palazzo, e da lì potevo osservare ciò che accadeva per le strade. Le persone venivano prese di peso dalle forze di sicurezza e chiuse in dei sacchi”. Quel giorno 33 persone furono prese dai mastini di Assad e torturate nel peggiore dei modi. Hower, Alì, Jamil, Hasan sono solo alcuni dei protagonisti del documentario di Martino. Tra loro spicca Hamzeh Gadban, profugo siriano ed esule da un trentennio. Cosmopolita per necessità e punto di riferimento per numerosi attivisti dissidenti in patria e non. Antonio e Hamzeh s’incontrano per caso. Un incontro fortunato che permette al giovane regista di tessere una rete di contatti entro i confini siriani. “Non conoscevo la lingua, non avevo un interprete, ma la fortuna mi ha accompagnato in questo lungo viaggio”. Incontri che cambiano la vita, come quello con l’autista locale una vera fucina di storie, o come quello con Hamzeh appunto.

Le prime immagini della mattanza ad opera del regime iniziano ad affluire in rete. Mentre tra i media internazionali vige ancora l’assoluto silenzio, una piccola tv fondata da esuli siriani trasmette i video dei massacri e delle uccisioni indiscriminate. Badata Tv, con sede a Londra, diviene in poco tempo il canale più seguito dagli emigrati siriani e dai sostenitori della rivolta. Da organo d’informazione di nicchia ben presto si trasforma in uno dei canali principali d’informazione e con aggiornamenti in tempo reale. Ma non basta. E qui entra in scena Hamzeh che riesce a convincere il direttore della rete a creare un live show quotidiano capace di arrivare al cuore della popolazione siriana. Un canale privo di censure, dove il regime nulla può per impedire la sua messa in onda. Nel giro di poche settimane, Hamzeh da semplice tassista diventa un volto noto in tutto il Paese. Grazie alla sua notorietà, alla sua doppia nazionalità e alla sua intricata rete di contatti dentro e fuori la Siria, Hamzeh incontra profughi, feriti e perfino soldati dissidenti che hanno deciso di voltare le spalle al presidente e passare dalla parte dei civili. “Ciò che più mi ha colpito di lui è stato il suo sorriso, la sua vena romantica e un pizzico di follia. Il suo carattere solare stride con il suo cognome che tradotto alla lettera significa ‘incazzato’.

Nei due mesi trascorsi al confine, confessa Martino, non tutto è filato liscio: la quotidianità condivisa con gli attivisti, il timore non tanto di essere uccisi, bensì la paura di essere arrestati. “In effetti – ricorda il regista – al confine ho rischiato l’arresto. Un gruppo di militari hanno perquisito palmo a palmo l’auto sulla quale viaggiavo in compagnia di Hamzeh e di una collega. Ho temuto che ci sequestrassero le video cassette sulle quali avevo registrato interviste e testimonianze. Un colpo di fortuna ha voluto che quelle cassette fossero custodite nella borsa della mia collega e grazie ad una scusa siamo riusciti ad evitare il peggio”. Cosa sarà della Siria? O meglio, che cosa rimarrà della Siria? Stritolata dalla violenza cieca di un regime e costretta a subire l’indecisione sul fronte internazionale. Ma il regime prima o poi crollerà (isqat al nizam), parola di rivoluzionario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *