Un Pdl a rischio estinzione

By Redazione

giugno 21, 2012 politica

C’è chi pone un problema di sopravvivenza nel Pdl, ma sopravvivere presuppone una pur minima forma di esistenza. Io credo che ora nel Partito c’è più autenticamente un problema legato all’essere. Il Pdl oggi non c’è, quel che è stato – è stato eccome! non voglio negare che sia stato – non c’è più, e quel che ne è rimasto, non è sufficiente né per resistere, né tantomeno per ripartire. C’è da riscrivere daccapo una storia. Una nuova storia.

E’ abbastanza evidente che la crisi di identità dei partiti ora la stia pagando più di ogni altro il centro destra, tanto perché ha governato per ultimo sotto la tempesta, tanto perché la sua tenuta politica e organizzativa – è inutile girarci attorno – era in tutto affidata alla forza centripeta del leader. Ciò nonostante non sta bene, in questo momento, in nessuna maniera sta bene, prendersela con Berlusconi. Per coptazione diretta o per proprietà transitiva, chiunque sia o sia stato nel Pdl lo deve a Berlusconi. Quindi, andiamo oltre.

Forse, per certi versi, ce la si può avere molto più seriamente con Gianfranco Fini che con il suo “gesto” ha commesso due errori imperdonabili: ha delegittimato il carisma del leader senza proporre un soggetto politico credibile e alternativo, e abbandonato la sua componente prima ancora che tale compagine si fosse davvero amalgamata. Tanto che, tutto sommato, la sua uscita dal Pdl è sembrata, più che altro, una resa dei conti tutta interna ad An.

La presenza di Berlusconi sulla scena politica – lo dico scevro dal culto della personalità, che non ho mai avuto –  è stata talmente determinante che oggi, paradossalmente, la sua uscita di scena (è davvero uscito definitivamente?) fa sembrare la stessa stagione del maggioritario una fase stanca con molte meno ragioni d’essere, tanto nel centro destra che a sinistra. Ma è un altro ragionamento, mi porterebbe lontano e l’accenno soltanto: siamo sicuri che per il recupero di credibilità e di identità (i due elementi sono ineluttabilmente legati tra loro) dei partiti, non sia loro più utile ritornare, ognun per sé, alle ragioni fondative e affidarsi ad un sistema elettorale (doppio turno alla francese) per ritrovare sul campo le alleanze e così, un maggioritario meno bellicoso e rissoso? Una fase “ricompositiva” la ritengo utile tanto per la componente ex-An che per la parte più centrista (quella che si ispira la Ppe, per esempio) del centro destra. Meglio due compagini dalle chiare identità che dialogano in armonia, che una convivenza forzata e, soprattutto, meglio un’offerta elettorale contenuta che la balcanizzazione del centro destra nei mille rivoli delle liste civiche.

Un altro elemento di riflessione. Il centro destra per rimanere unito – ancora una volta, non sto dando un giudizio, ma descrivendo una logica – avrebbe potuto da subito mettersi unitariamente dalla parte del governo Monti, diventando non solo il massimo sostenitore, ma il fondamentale suggeritore, in modo da fargli compiere quella rivoluzione liberale mai davvero attuata e ciò a scapito della sinistra anche per il futuro. Ma il governo dei tecnici è oramai sfuggito a questa presa, ad ogni presa. E’ un po’ questo e quell’altro, ed è oramai arduo digerirlo un po’ per tutti tanto a destra che a sinistra, ed anzi – a mio avviso – scricchiola al punto da poter immaginare, non tanto in là, un rimpasto. Ciò nonostante, nel Pdl siamo fermi a litigare se sostenerlo o meno, o se, addirittura le cause dell’ultima déblacle elettorale siano state causate da tale appoggio. Come se non ci fosse altro su cui ragionare!

Torno al Pdl. E devo far ricorso ai “se” che odio, ma ora mi sono necessari. Se Angiolino Alfano il giorno dopo la sua nomina a segretario del Pdl, avesse chiesto a Berlusconi le dimissioni dei tre coordinatori e nel contempo avesse azzerato tutte (quelle buone e quelle meno) le cariche del partito, saremmo dove siamo? No. Avremmo un ancora un partito, un’organizzazione con una nuova classe dirigente più legittimata, probabilmente più giovane, senz’altro meno compromessa. Forse saremmo ancora al posto che ci spetta, al governo del Paese. Anche Alfano sarebbe stato capace di fare quelle scelte forti e determinate che oggi, suo malgrado, non è forse più in grado di fare. Ecco, voglio dire che se avessimo un partito allora sarei per la lotta alla sopravvivenza, per la difesa delle nostre ragioni, la stessa lotta e la stessa difesa che caratterizzano il Pd di Bersani (ma anche di altri dieci, l’un contro gli altri armati) che sta male (malissimo e chissenefrega!) ma che sta in piedi, nonostante tutto.

Fomattiamo il Pdl, come dicono i coraggiosi “giovanotti” capeggiati dal bravo sindaco di Pavia, d’accordo. Per ripartire, dunque, ma da zero. Da Alfano, se si vuole (francamente gli altri nomi che girano e anche il ticket con Gorgia Meloni, per altri versi, lasciano molte perplessità), ma ridando al nuovo partito nuove regole, una costellazione di valori chiari, un programma semplice e attuabile e, soprattutto, il riscatto democratico necessario attraverso delle primarie vere e a tutti i livelli. Ora c’è da capire se Alfano avrà la forza di imporsi. Chi vuole ripartire con lui, per la nascita di un nuovo soggetto politico (unitario o singolo), senza sotterfugi e ambiguità, lo deve aiutare ad emanciparsi tanto da logiche vetuste (casting, concorsi vari… che ci faranno perdere e ci copriranno ancora di ridicolo), tanto a trovare il consenso diffuso e necessario per vincere le primarie.

I partiti (o chiamateli come volete), sono l’unica forma possibile di partecipazione e rappresentanza politica in Occidente, l’unico modo di stare assieme e dividersi tra diversi e uguali, l’alternativa è un miracolo o un’illusione. Grillo è un’illusione. Il miracolo è durato vent’anni. Torniamo alla realtà, anche se è dura. Anche se a qualcuno sembrerà di tornare indietro. Torniamo alla politica e diamo risposte alle istanze, troppo a lungo disattese, del popolo di centro e di destra. Con un nuovo centro-destra. 

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