Come Pechino censura internet

By Redazione

giugno 20, 2012 Esteri

Sulla censura on line si è scomodata anche Harvard. L’università più celebre degli Stati Uniti ha condotto una ricerca sul funzionamento e gli obbiettivi della censura sul web in Cina. Il controllo che il colosso asiatico opera sulla rete è divenuto generalmente noto come la Great Firewall of China. Siamo abituati a pensare che i cinesi non possano muovere critiche al governo, né mettere in discussione in alcun modo il regime comunista. Ma i risultati della ricerca americana mostrano una realtà più complessa e articolata di quanto si possa immaginare.

Secondo quando riportato dal team del prof Gary King “il programma di censura ha l’obiettivo di limitare le azioni collettive tramite l’eliminazione di contenuti che rappresentano, rinforzano o stimolano la mobilitazione, a prescindere dal contenuto”. “La censura – si legge nella ricerca – è orientata al tentativo di prevenire le attività collettive presenti o che possono aver luogo in futuro”.

Il team di ricerca ha ideato un software in grado di passare al setaccio più di tre milioni di post su Weibo (il Twitter made in China) e Sina.com, una nota piattaforma di blog. Il software ha esaminato anche più di 1300 siti internet. La scoperta è stata piuttosto inaspettata: soltanto il 13% dei post era stato sottoposto a censura.

Eppure, secondo quanto riportato dai risultati, non è infrequente trovare post che criticano il governo per quanto concerne la cosiddetta politica del figlio unico o che denunciano la corruzione di alcuni politici locali. Il fatto che questi post non siano sottoposti a censura non è un errore del sistema di controllo. “I post negativi – scrivono i ricercatori – non sono errori accidentali di un sistema imperfetto. Le prove dimostrano che i censori non hanno alcuna intenzione di fermarli. Sono concentrati, invece, sulla rimozione di post che possono avere come conseguenza una potenziale azione collettiva”.

Queste scoperte coincidono con i risultati di una ricerca condotta dalla ricercatrice Rebecca MacKinnon, esperta sul complicato rapporto tra Cina e internet. Nel suo libro Consent of the Networked: The Worldwide Struggle for Internet Freedom, MacKinnon sostiene che lo scopo del governo cinese non sia di estirpare dalla rete qualunque critica ma semplicemente di mantenere il partito comunista al potere, secondo una logica tanto perversa quanto efficace. La gente viene lasciata libera di trovare un piccolo sfogo nella rete, e questo può dare l’illusione di esser liberi e dire la verità in un modo che prima dell’avvento di internet non era neanche immaginabile. Ma allo stesso tempo la censura impedisce che la gente riesca a creare movimenti organizzati, a fare squadra, a prendere forza.

È un tranello, una censura solo apparentemente moderata che crea nei cittadini un’illusione di libertà. Per un regime totalitario, praticamente una benedizione.

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