Anonymous odia i nazi dell’Illinois

By Redazione

giugno 20, 2012 Cultura

«Io odio i nazisti dell’Illinois». Parola di Jake Blues, indimenticabile personaggio interpretato da John Belushi nella pellicola cult “The Blues Brother”. A condividere quest’idiosincrasia dei fratelli Blues sembra però esserci anche un agguerritissimo gruppo di hacktivist della falange Anonymous, che sul finire del 2011 ha lanciato in rete una fitta campagna mediatica a suon di “buchi”, “defacciamenti” e sottrazioni di dati sensibili ai danni numerosi siti web di ispirazione neonazista sparsi in giro per il mondo. Ironia della sorte, tra i primi a cadere vittime degli hacker sono stati proprio alcuni gruppuscoli dell’ultradestra dell’Illinois. Ma non solo loro. Gli Anonymous hanno bombardato a tappeto, colpendo negli Usa, in Germania, nel nord dell’Europa e persino in Italia.

L’hanno chiamata Operation Blitzkrieg, proprio come la “Guerra Lampo” scatenata da Adolf Hitler nel ’39 e studiata accuratamente dal generale Heinz Guderian fin da 10 anni prima. Hanno creato anche un sito web, http://nazi-leaks.net/, il cui dominio vagola tra continue sospensioni e ripristini on-line. Su twitter hanno aperto il profilo @OpBlitzkrieg con oltre 4mila followers, tutt’ora attivissimo e costantemente aggiornato, dove si firmano come “Anonymous Anarchist”, e un twittatissimo hashtag omonimo. E, come da ormai consolidata tradizione negli attacchi Anonymous, hanno anche dato vita ad un canale di comunicazione pubblico su una chat “coperta” di IRC: http://irc.lc/anonops/opblitzkrieg. A differenza del profilo twitter, però, la chat appare il più delle volte deserta.

Gli ultimi in ordine di tempo a cadere sotto i colpi di tastiera degli Anonimi crackers sono stati i militanti italiani di Fiamma Tricolore. Ieri pomeriggio su Twitter gli hacktivisti hanno fatto rimbalzare da diversi profili più o meno ufficiali la rivendicazione dell’avvenuto “defacing”, consistente nella sostituzione dell’homepage ufficiale con un comunicato a firma del movimento Anonymous. Come da copione ormai abituale, hanno sottratto anche un buon numero di dati “rubati” al sito, raccolti alla rinfusa in un file compresso e immediatamente diffusi nella rete. 

Ma quella di ieri è solo una goccia nel mare di un’agguerrita campagna di cracking combattuta senza esclusioni di colpi in tutto il mondo. In passato, infatti, gli hacktivisti di #OpBlitzkrieg hanno già reso pubblici i nomi, gli indirizzi e-mail, e persino i recapiti di centinaia di finanziatori, simpatizzanti o sostenitori a vario titolo dei movimenti neonazisti sparsi per Europa e Stati Uniti. Ma non solo. Nel tritacarne sono finiti anche gli acquirenti di gadget, musica e oggettistica ispirata all’iconografia dell’ultradestra. C’è anche un lungo elenco di sostenitori e simpatizzanti (tra cui un’utenza italiana) dell’Npd, il Nationaldemokratische Partei Deutschlands, che, seppur legalmente riconosciuto in Germania, viene considerato da buona parte dell’opinione pubblica tedesca una diretta filiazione del Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler.

Sul sito sono state poi pubblicate le e-mail dei membri dell’American Nazi Party. Ci sono i nomi di chi fa shopping sul sito spagnolo di mercanzia ultranazionalista, imperialista e falangista “Arenal de Sevilla”, o su quello della ditta di abbigliamento “Thor Steinar”, divenuta famosa per la linea di prodotti marchiata “18”, come gli ordinali delle lettere A e H, che sono poi le iniziali del Führer. Ci sono anche molte delle le ID dei fan del gruppo musicale “Blood and Honour”, di chiara ispirazione neonazi. E c’è anche un indirizzo e-mail al quale rivolgersi per segnalare eventuali siti che fossero sfuggiti al raid antinazista.

Eppure, nonostante l’apparente matrice politica della campagna, il movimento assicura che si tratta di semplice “pwnage”: un termine mutuato dal mondo dei giochi di ruolo on-line con il quale gli hacker vogliono solamente dimostrare la loro netta superiorità sugli avversari, demolendo letteralmente i loro siti web, violando i loro server, oscurando i loro portali e sottraendo i dati sensibili dei frequentatori. La scelta della vittima di turno si basa il più delle volte su ragioni di opportunità mediatica: più il target è considerato “cattivo” dall’opinione pubblica, più diventa facile macinare consensi nella rete. E c’è da dire che, scegliendo nientepopodimeno che i cattivissimi “nazisti dell’Illinois” (ma anche quelli di casa nostra), gli Anonymous hanno fatto centro ancora una volta.

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