Obama: Afpak fuori controllo

By Redazione

giugno 19, 2012 Esteri

Le istituzioni statunitensi hanno salutato con particolare soddisfazione la morte di Al Libi, influente capo militare e numero due di Al Qaeda, ucciso lunedì 5 Giugno, assieme ad altre quattordici persone da un drone (aereo militare senza pilota, ndr) americano nella regione pakistana del Waziristan settentrionale, al confine con l’Afghanistan e vera roccaforte del terrorismo internazionale.

“AL Libi era uno dei leader di Al Qaeda con maggior esperienza e versatilità, capace di giocare un ruolo fondamentale nella pianificazione degli attacchi contro l’Occidente”, è quanto dichiarato da un anonimo alto funzionario statunitense al Wall Street Journal nei giorni scorsi. Ed è stata proprio la Casa Bianca, attraverso le parole del suo portavoce Jay Carney a ritenere “la morte di Al Libi un enorme colpo al cuore per Al Qaeda”. Agli occhi degli Stati Uniti, quindi, l’eliminazione di Libi rappresenterebbe una fondamentale vittoria sia sotto l’aspetto strettamente militare, sia sul piano politico.

Eppure, in base ai report degli esperti di affari geo-strategici, non vi sarebbe molto da rallegrarsi. Tutt’altro. La morte di Al Libi, infatti, accelererà quel processo di cambio della guardia ai vertici dell’organizzazione qaedista dal centro nevralgico pakistano alle sezioni distaccate regionali. In particolare, occorre analizzare con estrema attenzione il caso dello Yemen, oggetto recentemente di un violentissimo attacco terroristico. Un vero e proprio eccidio, subito rivendicato da ‘Ansar al Sharia’ (letteralmente i Partigiani della Sharia) – gruppo islamico radicale legato a doppio filo all’Al Qaeda yemenita, meglio conosciuta come APAQ, Al Qaeda in the Arabian Peninsula – presente in misura capillare in una rilevante fetta di territorio, nel sud del Paese. Una crescita esponenziale, possibile grazie all’offensiva di Marzo 2011 degli Insurgents di Ansar al Sharia.

L’episodio de quo risale a lunedì 20 Maggio: a Sana, un soldato-kamikaze si fa esplodere mentre i suoi commilitoni sono sul punto di concludere le prove della parata militare di festeggiamento della riunificazione tra Yemen del nord e del sud. Un bilancio pesantissimo: novantasei morti e oltre duecento feriti, a dimostrazione della ‘geometrica potenza’ – tanto per citare una drammatica espressione della nostra storia nazionale – di APAQ e dei suoi affiliati. Non solo Sana, tuttavia. AQAP era già balzata agli ‘onori’ della cronaca per due inquietanti episodi fortunatamente conclusisi senza conseguenze rilevanti: il fallito attentato del 25 Dicembre 2009 su un aereo della Northwest Airlines partito da Amsterdam e diretto a Detroit, ad opera di Umar Faruk Abdulmutallab, studente nigeriano trapiantato a Londra. Una volta fermato, Abdulmutallab aveva dichiarato di essersi procurato l’esplosivo proprio nello Yemen. E ancora, Ottobre 2010: all’interno di un pacco proveniente dalla Penisola Araba e diretto a Chicago, al momento dello smistamento a Dubai, veniva scoperta la presenza di una bomba nascosta in una stampante. Genere di esplosivo: il tetranitrato di pentaeritrite, il medesimo del fallito attentato del Natale 2009.

L’amministrazione Obama pare abbia compreso appieno l’assoluta pericolosità del fronte yemenita. Una strategia, quella degli Usa nello Yemen, caratterizzatasi per il dispiegamento di truppe speciali, di team paramilitari della Cia, dell’addestramento delle forze di sicurezza locali e del largo ricorso all’utilizzo dei droni. Come non ricordare, al riguardo, l’uccisione mirata del cittadino americano e membro di spicco di APAQ, Anwar al-Awlaki, nel Governatorato di al-Jawf, il 30 Settembre del 2011. Un’uccisione, quella di al-Awlaki, fonte tra le altre cose di non pochi imbarazzi sotto l’aspetto giuridico (si veda alla voce ‘giusto processo secondo la legge’). 

Sono i dati della presenza economica americana in suolo yemenita, inoltre, a risultare inequivocabili: nel 2012, gli Usa hanno allocato per la sicurezza nello Yemen ben 53.8 milioni di dollari, a fronte dei 30 milioni del 2011. 

Venerdì scorso, in una lettera inviata al Congresso, Barack Obama ha confermato l’esistenza di un “limitato numero”di operazioni militari in Somalia e nello Yemen, in base al principio secondo cui gli Shabab e AQAP e i suoi affiliati costituirebbero una minaccia “agli interessi nazionali statunitensi”. Un’apertura, quella di Obama, in grado di mostrare pubblicamente – se ancora ve ne fosse bisogno – quanto gli Usa a guida democratica considerino tali teatri ancor più virulenti di quelli canonici dell’Afghanistan e del Pakistan e, soprattutto, di disegnare i contorni di una guerra oramai combattuta a livello globale.

Dopo l’11 Settembre, la presenza di Osama Bin Laden in territorio pakistano aveva assicurato all’organizzazione una sorta di unità politico-militare. Ma ora, con gran parte dei leader storici fuorigioco, sembra sempre più difficile proseguire nel solco di un centro pakistano e di affiliati regionali – in Medio Oriente e in Africa – meri esecutori di una strategia di più ampio respiro. Libi, infatti, aveva giocato un ruolo fondamentale all’interno di Al Qaeda, anche perché era riuscito a tenere a bada i propositi bellicosi dei giovani combattenti in giro per il mondo affinché non ponessero in essere operazioni militari controproducenti, come ad esempio gli attacchi contro civili musulmani.

Secondo quanto riferito da Will McCants – già funzionario anti-terrorismo del Dipartimento di Stato ora al Center for Naval Analyses – al New York Times, “la morte di Al Libi non avrà alcun impatto su APAQ. Anzi, porterà a compimento un processo di power shift già verificatosi negli ultimi anni grazie ai successi ottenuti sul campo e alla superlativa propaganda messa in atto”. 

Insomma, siamo proprio sicuri che la morte di Al Libi sia da ritenersi una buona novella per gli Usa e l’amministrazione Obama?

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