Una carota per l’Iran

By Redazione

giugno 18, 2012 Esteri

L’essenza del negoziato è il raggiungimento di un compromesso che possa risultare soddisfacente per tutte le parti in causa. La prima regola di ogni buon negoziatore dovrebbe essere quella di non mettere la propria controparte con le spalle al muro, ma di fornirle sempre una soluzione che le consenta, oltre che di tutelare alcuni interessi fondamentali, anche di “salvare la faccia”, di alzarsi dal tavolo delle trattative con la propria immagine e la propria dignità integre e, se possibile, rafforzate. È su questa concezione che si basa il tradizionale approccio del bastone e della carota: l’incentivo alla cooperazione viene fornito dalla presenza simultanea della minaccia di una punizione e dalla promessa di un guadagno. Alla controparte è dato di scegliere, attraverso il suo comportamento, quale delle due azioni verrà effettivamente posta in essere.

Nel corso dei negoziati sul nucleare iraniano, di cui lunedì si aprirà a Mosca il terzo round del 2012, l’Occidente ha dimostrato di saper utilizzare il bastone in modo più che deciso. Il progressivo inasprimento delle sanzioni contro il comparto industriale e finanziario della Repubblica Islamica, e l’imminente entrata in vigore dell’embargo europeo sugli idrocarburi prodotti da Teheran, hanno aggravato in modo consistente le difficoltà economiche del paese, su cui incombe anche la minaccia di un attacco aereo israeliano, qualora a Gerusalemme si ritenesse esaurito il tempo per la diplomazia.

A questo sforzo punitivo non ha però fatto da contraltare una corrispondente azione propositiva: la narrativa occidentale del processo negoziale presenta spesso la Repubblica Islamica come apparentemente poco interessata al compromesso, arroccata su posizioni considerate inaccettabili con l’intento di guadagnare tempo al fine di incrementare le proprie capacità nucleari. Questa interpretazione manca tuttavia di evidenziare come gli Stati Uniti, che al tavolo rappresentano i principali fautori della “linea dura” contro l’Iran, non abbiano ancora presentato opzioni accettabili per Teheran: nel corso dell’ultimo round di trattative, svoltosi tra il 23 ed il 24 maggio scorsi a Baghdad, l’Occidente ha richiesto che la Repubblica Islamica arresti le proprie attività di arricchimento dell’uranio, senza concedere in cambio alcun sostanziale alleviamento delle sanzioni, se si esclude la fornitura di alcuni pezzi di ricambio per la flotta aerea civile iraniana.

Un diktat umiliante per Teheran, che si troverebbe così non solo a rinunciare a quello che è un suo diritto internazionalmente riconosciuto (il Trattato di Non Proliferazione, di cui l’Iran, a differenza di Israele, è parte, conferisce infatti a tutti i contraenti il diritto di sfruttare le applicazioni civili dell’energia nucleare sotto il controllo dell’Aiea, in cambio della rinuncia allo sviluppo di capacità militari), ma anche a chinare il capo di fronte alla volontà degli Stati Uniti ed alle minacce di Israele, i due principali rivali geopolitici del paese. Addirittura paradossale appare poi la richiesta statunitense di chiudere Fordow, il sito di arricchimento scavato in una montagna nei pressi della città santa di Qom: ciò che si chiede all’Iran, in questo caso, è sostanzialmente di rendere le proprie strutture nucleari più vulnerabili ad un attacco aereo nemico.

Fino ad oggi l’unico effetto di questo approccio è stato quello di irrigidire l’Iran sulle proprie posizioni. Teheran ha infatti progressivamente intensificato la produzione di uranio arricchito al 20%, dichiaratamente finalizzato alla ricerca medica, ma percepito a Washington (e Gerusalemme) come una scorciatoia per un successivo arricchimento al cosiddetto “weapons grade”, il livello (di circa il 90%) necessario per la costruzione di un ordigno nucleare.  

Si può ragionevolmente affermare, dunque, che buona parte delle difficoltà emerse fino ad oggi nelle trattative dipendano dalla riluttanza statunitense ad accompagnare al “bastone” delle sanzioni la “carota” di un’offerta accettabile per l’Iran. Le ragioni di una simile posizione sono molteplici: da un lato, pesa sicuramente la mancanza di fiducia nei confronti di Teheran, alle cui aperture conciliatorie ha spesso fatto da contraltare un atteggiamento di scarsa trasparenza, se non di aperta ambiguità. È verosimile, inoltre, che esista la volontà di attendere l’entrata in vigore dell’embargo europeo sul petrolio iraniano, previsto per il prossimo 1 luglio, al fine di incrementare ulteriormente la pressione sulla Repubblica Islamica. Infine, un ruolo rilevante è giocato dalla campagna elettorale statunitense, in cui ogni apertura verso Teheran effettuata dall’attuale amministrazione esporrebbe Obama all’accusa di eccessiva arrendevolezza.

La prospettiva di un Iran dotato di armi nucleari è indubbiamente inquietante.  Ma un approccio costruttivo ai negoziati, attraverso la genuina ricerca di un compromesso che salvaguardi al tempo stesso le preoccupazioni di sicurezza regionale e la dignità di Teheran può costituire un utile strumento per instaurare un clima di fiducia tra le parti, contribuendo peraltro a ridurre la percezione di minaccia che è la ragione prima dell’ interesse iraniano per la bomba.

Dato lo stato attuale del suo programma nucleare, non c’è modo di costringere l’Iran a rinunciare alla capacità teorica di ottenere combustibile nucleare sufficiente alla costruzione di uno o più ordigni atomici, dato che le tecnologie necessarie ad un tale scopo sono le stesse preposte all’utilizzo civile dell’energia nucleare; quello che si può ottenere è di dilatare quanto più possibile il tempo necessario alla Repubblica Islamica per porre in essere la propria “breakout option”, qualora una decisione in tal senso venisse presa. A questo scopo, sarebbe utile ottenere lo stop dei processi di arricchimento al 20% attualmente operati da Teheran, e la messa in sicurezza del materiale di questo tipo fino ad oggi prodotto. Per raggiungere questo risultato potrebbe essere sufficiente offrire un rinvio dell’entrata in vigore dell’embargo petrolifero europeo, un atto che rappresenterebbe un indubbio segno di buona volontà nei confronti della Repubblica Islamica, ma che manterrebbe nel contempo la possibilità di sanzionare l’Iran in seguito qualora gli impegni presi non venissero rispettati.

Esistono, chiaramente,un’infinità di dettagli tecnici e politici che devono essere discussi prima che si possa arrivare ad un accordo, ma non è necessario che la questione sia risolta definitivamente a Mosca. Semplicemente, la ridefinizione dei termini del confronto in modo simile a quanto ora descritto potrebbe stemperare le preoccupazioni più urgenti di tutte le parti in causa, e costituire una base di lavoro condivisa su cui costruire un dialogo obiettivo che possa salvaguardare gli interessi e la dignità di tutti i convenuti al tavolo negoziale. Una situazione che vale sicuramente la pena percorrere, per evitare il ricorso a misure militari dalle dubbie probabilità di successo.

Un attacco aereo contro alcuni siti principali potrebbe infatti, nella migliore delle ipotesi, rallentare il programma nucleare iraniano di qualche anno, ma rafforzerebbe notevolmente le paure del regime e la conseguente percezione che un deterrente nucleare sia indispensabile a garantire la sicurezza del paese. Parallelamente, la risposta iraniana ad una simile aggressione potrebbe scatenare una escalation che avrebbe risvolti militari ed economici imprevedibili, specialmente se l’Iran desse corpo alla reiterata minaccia di chiudere lo stretto di Hormuz.

Se esiste, per l’Occidente, la possibilità di trovare una soluzione diplomatica alla crisi iraniana, essa passa necessariamente da una drastica revisione della strategia di pretese unilaterali tenuta fino ad oggi, verso un dialogo che riconosca a Teheran un diritto che, di fatto, è già in grado di esercitare, in cambio di consistenti rassicurazioni e di maggiori controlli sugli aspetti potenzialmente più controversi del programma nucleare. È necessario, in altri termini, mettere da parte per un momento il “bastone”, ed offrire alla Repubblica Islamica la “carota” che le permetta di uscire dal negoziato facendo salva la propria dignità. Una soluzione sicuramente non esente da costi per gli Stati Uniti e l’Europa, ma le cui alternative appaiono oggi ben peggiori.

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