Il senso di una storia

By Redazione

giugno 18, 2012 politica

Una Destra è sempre esistita, è tale prima ancora come atteggiamento culturale, filosofico, mentale, che determina solo dopo una categoria del politico.

Essere di destra significa appartenere a una modalità prepolitica, aderire a una visione del mondo e della vita, frutto di una concezione che pone al centro dell’universo l’individuo, l’uomo, fondato sulla libertà e sulla spiritualità del suo agire.

Si è molto dibattuto sul superamento o meno delle categorie di destra e sinistra; in realtà al di là dei nominalismi l’antinomia culturale, intesa in senso schmittiano, fra conservatori, tradizionalisti, identitari, comunitari, idealisti da una parte, e progressisti, positivisti, illuministi, razionalisti, comunisti dall’altra, è sempre esistita e sempre esisterà.

La storia dimostra come i tentativi di approdare a un pensiero unico siano sempre miseramente falliti. Una Destra sopravvivrà anche nel nuovo millennio, anche se, come tutte le categorie filosofico-politiche avanza, si aggiorna, assume il senso dei tempi ai quali ci riferiamo, lasciando alla radice una visione del mondo e della vita.

In Italia, come nel resto dell’Occidente, questa modalità prepolitica ascrivibile alla Destra ha radici lontane che sposano l’italianità più profonda, da Dante a Machiavelli, a Vico, a Manzoni, a Croce, Gentile, fino alle avanguardie del primo Novecento. Epoche diverse, contesti storici diversi, individualità spiccate, ma al fondo una visione comune che esalta la tradizione degli uomini quale «morale della Storia» destinata a offrire coesione agli «spiriti di popoli» (Völkergeister) e dove il potere non è tirannia, ma è chiamato a rappresentare la communitas, un popolo unito dalla storia.

Proprio alla luce di queste premesse balza agli occhi il paradosso italiano degli ultimi anni, riassumibile nella formula prezzoliniana de “la Destra che non c’è”. In un passaggio epocale segnato dalla drammatica crisi, innescata dal fallimento di quel “progetto eurocratico” coltivato dai salotti giacobini e dai poteri forti, quando la realtà ontologica rilancia de facto una risposta di Destra, la sua visione basata sul radicamento nazionale (Volksgeist), il suo organicismo comunitario, questo luogo politico in Italia non esiste più.

Un paradosso che diventa una sofferenza esistenziale per chi ha declinato certi valori in tempi di emarginazione e nei quali si negava alla Destra addirittura il diritto ed esistere.

La società globale rischia di portare l’umanità al disastro, sia il turbocapitralismo che la socialdemocrazia hanno mostrato le loro insufficienze nell’organizzare una risposta credibile, si sono affidati a soluzioni tecnocratiche inodori e insapori. «Stiamo per assistere al ritorno dell’identità nazionale», ha scritto Simon Jenkins sul Guardian.

«Il laissez-faire e la tecnocrazia internazionale non forniscono una valida alternativa allo stato-nazione», ha aggiunto l’economista di Harvard Dani Rodrik. Così mentre l’Europa, dalla Francia, alla Svezia, all’Austria, alle Fiandre, al Belgio, all’Ungheria, alla Polonia, pullula di risposte di destra al nichilismo europeo, in Italia la destra non c’è più, liquefatta al sole di alleanze ed esperimenti sempre più precari.

La politica necessita, oltre che di programmi sull’immanente, di visioni, di prospettive, di coltivare destini. Giuseppe Prezzolini, in un lungo articolo, apparso il 29 aprile 1973, a pagina due del Corriere della Sera, l’unico che abbia mai scritto per il quotidiano di via Solferino, elencavaLe ragioni della Destra. A distanza di decenni alcuni di quei contenuti restano intatti nella loro freschezza proprio perché ancorati a una dimensione iperpolitica.

Per decenni l’essere di destra ha inciso nella carne viva di ciascuno di noi. Può tutto finire così? È giusto che finisca così? Chi ha avuto il merito e la fortuna, l’onore e l’onere, di fare il ministro, il parlamentare, il sindaco o ricoprire altri incarichi di prestigio non può non avvertire il senso di responsabilità storico rispetto al vuoto che vicende – poco nobili e molto personali – hanno determinato.

Rifare una Destra, riannodare il senso di un’identità storica non significa tornare indietro, chiudersi, o tantomeno isolarsi. La Destra italiana non deve certo rinnegare quel percorso di modernizzazione e attualizzazione storica compiuto nell’ultimo ventennio. Nessuna nostalgia del ghetto.

Tuttavia, proprio per evitare l’insorgere di derive irrazionali, per le spinte che vengono dal contesto globale, per l’oggettiva necessità di risposte forti, per la domanda di difesa dell’identità nazionale (soprattutto su un piano economico), la Destra deve riappropriarsi della sua identità in maniera autonoma e autosufficiente.

Poi, in un sistema di alleanze aperto, ben venga il dialogo programmatico con cattolici, popolari europei, liberali, riformisti di origine socialista, e tutte le altre espressioni delle culture moderate che vogliono essere antagoniste al giacobinismo italiano.

Non irrilevante appare un’altra questione. Negli anni ’70 il Pci vantava la cosiddetta diversità morale, quella che Pasolini esaltò nella formula «un’altra Italia nell’Italia». Non sappiamo se questa diversità fosse fondata, sta di fatto che anche la Destra italiana può vantare una sua diversità morale che accompagnò nobili battaglie e che sostanzia una tradizione incompatibile con certi stili di vita, visioni padronali che stanno distruggendo il Pdl.

Non è detto che questa sia una ricetta certa, che il ritorno ad Itaca possa funzionare ma non si può far finta di nulla, questo è inaccettabile.

Su www.totalita.it l’intero dibattito. Sono intervenuti: VenezianiMalgieriDel NinnoAccollaNistriDel NeroCardini.

 

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