Censura sul Regno Unito

By Redazione

giugno 18, 2012 Esteri

La maggior parte dei cittadini britannici che proveranno a collegarsi a The Pirate Bay vedranno comparire un messaggio che dice: The page you’re looking for has been bloked. Niente da fare. Il Regno Unito è stretto nella morsa della censura. Si calcola che il blocco riguarderà circa 20 milioni di utenti, pari a circa un terzo della popolazione britannica. Ma come si è arrivati a questi numeri?

Oggi si utilizza il sistema Cleanfeed per rinforzare i blocchi degli ISP (Internet Service Provider) sui contenuti dei siti simili a The Pirate Bay. Una decina di anni fa, lo stesso sistema di content blocking veniva usato per la prima volta al fine di contrastare la pedofilia on line. Era stato ideato da BT (British Telecom).

Il passaggio verso la censura sulla rete passò praticamente inosservato, dal momento che gli utenti che cercavano di accedere a contenuti sottoposti a censura non venivano avvertiti da alcun messaggio di warning. Semplicemente la pagina che alla qual cercavano di collegarsi non si caricava.

Una data fondamentale nel processo di progressiva censura della rete è il 2010, anno in cui viene votato nel Regno Unito il Digital Economy Act, secondo il quale chi viola il copyright viene avvertito del fatto che il reiterato tentativo di violazione porta alla disconnessione dalla rete. Forse alcuni ricorderanno che l’esempio del Regno Unito venne poi seguito dagli Stati Uniti, che idearono il SOPA (Stop Online Piracy Act), il quale permetteva ai detentori di diritti d’autore di denunciare i siti che li violavano apertamente. In seguito alle numerose proteste il SOPA venne poi archiviato.

A causa di ritardi di vario genere, la validità del Digital Economy Act viene sospesa fino al 2014. Un ritardo che i detentori di copyright considerano inaccettabile. Partono così le prime azioni legali e arriva il primo caso esemplare. Nell’aprile 2011 l’Alta Corte di Londra stabilisce che la British Telecom deve bloccare l’accesso al sito di file-sharing Newzbin2 al livello dell’ISP, usando proprio il sistema Cleanfeed. La BT non fece ricorso in appello, creando così un precedente legale che non ha tardato a creare conseguenze. Lo scorso aprile (solo un anno più tardi) l’Alta Corte ha imposto la stessa procedura ad altri sei grandi provider del Regno Unito per bloccare l’accesso ai contenuti di The Pirate Bay: Virgin Media, Sky Broadband, O2 Broadband, Be Broadband, Orange Broadband’s e TalkTalk’s.

Si tratta di una lotta impari e particolarmente impopolare, perché il file sharing è nel frattempo diventato un fenomeno culturale, qualcosa che è insito nel concetto stesso di rete libera. Per gli utenti non è facile abituarsi all’idea che un’attività che erano soliti dare per scontata venga improvvisamente proibita. Ma il punto fondamentale è che il governo inglese aveva detto che il sistema Cleanfeed sarebbe stato usato soltanto per bloccare la pedopornografica in rete ed è venuto meno a quanto stabilito. Con quali risultati per la protezione del copyright, è tutto da vedere, dal momento che la stessa Baia dei pirati non ospitava materiale che violava il copyright, era un mezzo per aggirarne le regole.

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