Spagna a rischio default

By Redazione

giugno 17, 2012 Esteri

Grecia, Spagna, Italia: l’Europa mediterranea ha ufficialmente la febbre alta. Nelle ultime ore sono sempre di più i segnali che fanno salire il termometro sul debito sovrano dei tre Paesi dell’Eurozona, che seppur sostenuti da tre economie diverse fra loro (e l’Italia è certamente la più stabile) diventano ogni giorno piazze più rischiose su cui investire.

A confermare questa diagnosi è arrivato ieri il pericoloso balzo in avanti del differenziale fra Bonos spagnoli e Bund tedeschi: lo spread a Madrid è arrivato a 552 punti con un tasso che tocca la soglia pericolosa del 7%. Dopo il voto basso di Moody’s, un’agenzia minore come Egan Jones ha addirittura bollato i titoli spagnoli come junk (“spazzatura”) a CCC+ con outlook negativo da B. Secondo Egan-Jones, Madrid – soffocata dalla spirale dei debiti bancari – ha il 18% di probabilità di finire in default l’anno prossimo.

Anche l’Italia ieri ha vissuto una seconda giornata di fuoco, entrata nel vivo con i dati ufficiali sullo stock di debito pubblico resi noti da Bankitalia: il nuovo record è quota 1.948,584 miliardi di euro, in aumento rispetto a marzo (1.946 miliardi). Non a caso l’asta prevista in mattinata per i BTp a tre anni ha portato di nuovo su i tassi: prestare soldi allo Stato italiano a tre anni costa ora il 5,30% dal 3,91% dell’analoga asta di maggio. E’ il massimo da dicembre, quando la febbre era di nuovo a 39. Ma chi detiene oggi più quote del debito di questi Paesi? “Difficile dire chi oggi detenga più quote dei debiti sovrani: la platea degli investitori è sempre varia fra assicurazioni, fondi di investimento. E soprattutto banche”, dice all’Opinione Mario Seminerio , economista ed analista finanziario.

“Una cosa ormai è certa: il destino delle banche è strettamente intrecciato a quello del rischio-Paese”. Il caso italiano ci dice che ad aprile di quest’anno gli istituti italiani detenevano 327,5 miliardi di euro di titoli di Stato (dati Bloomberg): un incremento di circa il 32,3% rispetto a novembre. “Anche se questo numero non è disaggregato, è verosimile attendersi che in larga maggioranza si tratti di titoli di Stato italiani”, sostiene Seminerio sul suo blog Phastidio. In assoluto un’interdipendenza pericolosa? “Non sempre. Ad esempio, in base ad un rapporto OCSE citato da FT-Alphaville, le banche tedesche hanno ampiamente beneficiato della garanzia federale.

Il che significa che se il Paese è stabile e forte si può persino creare un virtuosismo”. Tuttavia non è il caso dell’economie mediterranee, dove si vanno aggiungendo sofferenze a sofferenze: ieri il professor Monti ha dovuto per la prima volta aprire all’ipotesi di vendere immobili pubblici e sul fronte politico interno ha chiesto pochi giorni fa ai partiti della maggioranza un mandato forte per varare con tempestività le riforme. Quanto alle banche italiane è un dato di fatto che si trovino anch’esse in condizione di grande fragilità: “Il rischio per gli istituti è che si crei un avvitamento per cui crediti inesigibili, dovuti a un’economia che non cresce e dunque in recessione profonda, porti a erodere il capitale”, spiega Seminerio. Banche che, oltretutto, hanno già da mesi stretto i cordoni della borsa in fatto di mutui e fidi alle imprese.

La speranza è che, come sta accadendo in Grecia, non siano costretti anche a chiudere gli sportelli ai singoli cittadini, terrorizzati all’idea di non vedere più i propri quattrini.

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