Il governo Monti a metà strada

By Redazione

giugno 17, 2012 politica

Il 16 novembre il governo Monti è entrato in carica; sono passati esattamente 210 giorni. Più o meno altrettanti (scontate le inevitabili ferie) sono quelli che ci separano dalla “convocazione dei comizi elettorali”, da tutti prevista fra la fine di febbraio e i primi di marzo del 2013.

Siamo, dunque, a metà strada; lo si avverte dal nervosismo di alcuni che perseguono un improbabile anticipo del voto, come dalle recenti, squillanti iniziative di un Monti cui non piace (come ci ha spiegato) “tirare a campare”. E’ proprio il “tirare a campare” (piuttosto che la minaccia di un voto anticipato) la peggiore insidia per il governo. Se nella prima metà dei 210 giorni il distico manzoniano “di quel securo il fulmine / tenea dietro al baleno” sembrava scritto per “il Professore”, nella seconda metà si è registrata una perdita di smalto e di prestigio.

Lo straordinario favore di cui godeva presso una larga maggioranza di italiani ha subito una prima, seria incrinatura il 29 febbraio. Quel giorno la Commissione Industria del Senato varò – molto edulcorato rispetto alle ambizioni e alle promesse iniziali – il testo sulle liberalizzazioni che il giorno dopo l’Aula avrebbe approvato con un voto di fiducia. Il governo decise di tener conto (oltre che delle proteste degli interessati, taxisti in testa) dei malumori e delle renitenze dei partiti che lo sostenevano, ipersensibili  per l’avvicinarsi del turno elettorale amministrativo. E considerò opportuna una apertura di fiducia verso i dichiarati propositi di definire una nuova legge elettorale e di rispondere alle dure e diffuse critiche sul finanziamento pubblico e sui costi della politica.

“Se chiediamo ai partiti – così si deve esser ragionato al vertice del governo, e probabilmente non solo lì – di esser pronti a rilevare il lascito di questo esecutivo e a proseguirne l’opera, dobbiamo dal loro un po’ di credito, lasciar loro un po’ di spazio”. Così è stato; con l’effetto, tuttavia, di un rallentamento e anche di un certo sfilacciamento dell’azione di governo. Lo si è visto, in particolare, nell’iter faticoso della riforma del mercato del lavoro, la cui approvazione, preventivata inizialmente entro aprile, non è stata ancora perfezionata.

Per di più, l’apertura di credito ai partiti non è stata confortata da risultati apprezzabili, a cominciare dal tasto dolente del finanziamento pubblico. Quanto alla legge elettorale, il test del voto amministrativo ha accresciuto incertezze e inquietudini che hanno per buona parte  compromesso le soluzioni neoproporzionali sulle quali si era delineato un accordo.

In queste condizioni, è ben comprensibile che Monti cerchi di sottrarsi a condizionamenti e vincoli per recuperare l’immagine di efficienza e, soprattutto, di autonomia del “periodo d’oro” novembre-febbraio. Ha deciso di farlo sulla corruzione e sulla governance della Rai, due temi senza dubbio popolari. Permangono, però, le due incognite essenziali: l’esito del tour de force internazionale programmato di qui alla fine di giugno che dovrebbe mettere a punto una efficace strategia europea contro la crisi; e la conclusione delle “tre settimane” che i partiti si sono dati per definire una nuova legge elettorale. Entro luglio queste incognite non saranno più tali; anche se non è certo che saranno sciolte in senso positivo.

Monti ha mostrato la soggettiva intenzione di riprendere con vigore e determinazione l’iniziativa. A quel punto disporrà di tutti gli elementi per definire la sua azione di governo nei prossimi 210 giorni. E  per dire qualcosa di preciso sulle sue intenzioni anche per il dopo voto. Si entra nella fase decisiva della partita e nessuno, neppure Monti, può “stare a guardare”.

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