Verzeni, il primo serial killer italiano

By Redazione

giugno 16, 2012 Cultura

Vincenzo Verzeni, è passato alla storia come lo “strangolatore di donne”, ed è attualmente considerato il primo serial killer italiano, di cui possediamo documentazione dettagliata e precisa delle sue malefatte. Nato a Bettanuco, Bergamo, nel 1849, ben presto si aggrega ad alcuni suoi amici per lavorare nei campi. E’ un ragazzo calmo e tranquillo, che tiene molto a se stesso. Sempre cordiale e apparentemente innocuo  

Vincenzo Verzeni proviene da una problematica famiglia, con un padre violento che a causa delle sue frequenti sbronze picchia a sangue la moglie e il figlio Vincenzo; sempre ossessionato dal risparmio arriverà a bastonare il figlio solo perché si è permesso di chiedergli qualche spicciolo per andare al circo. In questo ambiente Vincenzo è completamente incapace di coltivare relazioni interpersonali di qualsiasi tipo con ragazze della sua età e, a cagione della sua enorme paura verso il padre, vive interamente in un mondo tutto suo.  

La sua rabbia, alimentata da frustrazioni e risentimenti, straripa improvvisamente libera, causando il panico in tutta la campagna Bergamasca durante un periodo che durerà dal 1870 al 1874 , eludendo completamente la polizia in tutti i suoi sforzi per catturarlo. La sua prima vittima è Giovanna Motta, 14enne, in viaggio con un parente per riunirsi alla famiglia a Suisio (BG), che aggredita dal Verzeni, non raggiungerà mai la sua destinazione e scomparirà misteriosamente a pochi kilometri dal paese. Il suo corpo emerge, da un giaciglio di paglia, quattro giorni dopo, orrendamente mutilato. L’omicidio di Giovanna verrà seguito da altri crimini altrettanto feroci. Vincenzo viene catturato grazie a due testimonianze, e messo subito sotto processo. «Ho sventrato solo due donne, e ne ho attaccate altre sei», confesserà. 

La maggior parte delle sue vittime sono sue conoscenze, e spesso fallisce nei suoi tentativi a causa di qualche passante. Riuscirà sempre a scappare senza essere riconosciuto. Il tribunale lo condannerà, dichiarandolo colpevole dei due omicidi confessati e del tentato omicidio di altre quattro donne, selvaggiamente ferite. E’ arrestato per la testimonianza di una donna che tenta di uccidere la notte precedente il suo secondo assassinio. In merito alla prima vittima, Giovanna Motta, cercò di cucinarne la carne, nella propria abitazione, ma notò l’avvicinarsi della madre della ragazza e, in preda al panico, ne nascose il corpo sotto la paglia, dove sua madre la ritrovò giorni dopo.

Non toccherà, o addirittura, guarderà mai i genitali delle donne soppresse, e allo stesso modo resterà completamente all’oscuro di come avere un rapporto sessuale. «Il suo unico piacere derivava dalle sevizie che infliggeva ai loro corpi, ai quali succhiava avidamente il sangue», questo il parere di Cesare Lombroso, esperto in psichiatria criminale, dopo un’attenta analisi sull’individuo. Lombroso, in seguito, lo definirà parzialmente insano di mente. Il processo presso la corte d’Assise di Bergamo durerà ben poco, poiché mancando l’unanimità dei giudizi favorevoli alla fucilazione, il Verzeni  verrà condannato ai lavori forzati anziché al plotone di esecuzione.  

Questi alcuni passaggi delle dichiarazioni dell’assassino quando spiega il suo modus operandi: « Ho davvero massacrato alcune donne, e ho cercato di strangolarne altre, perché provo un piacere immenso a compiere questi atti. I graffi trovati sulle loro cosce non erano il risultato delle mie unghie, ma dei denti, perché dopo lo strangolamento le mordevo e succhiavo loro il sangue che sgorgava, il che mi faceva impazzire di piacere» .  

Il dottor Lombroso sosterrà sempre che il provenire da una famiglia affetta da ritardi mentali, lo scaverà profondamente e lo porterà a seguire, con impegno morboso e maniacale, la necrofilia o la tendenza schizoide per amori mostruosi coinvolgenti il sangue. Il 13 aprile Vincenzo Verzeni è bloccato appena fuori dell’ospedale giudiziario mentale di Milano. Dal 19 luglio scivolerà in un mutismo impenetrabile. Subisce numerose sessioni della, allora, cosiddetta cura morale, che incorpora i trattamenti più crudeli della psichiatria moderna: ustioni con colla bollente, scosse elettriche, isolamento totale al buio , doccia ghiacciata  alternata a bagni in acqua calda.  

Alle quattro del mattino del 23 luglio gli infermieri trovano Vincenzo Verzeni penzolante contro il muro, completamente nudo, tranne per le sue pantofole, e legato con una corda al collo annodata alle sbarre della finestra. Le infermiere cercano di prestare i primi soccorsi, tagliando il capestro, ma anche il medico, che accorre sulla scena, non può fare nulla per lui, se non dichiararlo morto.   

Il dottor Cesare Lombroso, considerato il padre della criminologia moderna, aprirà con questo caso la strada per l’analisi scientifica che nel tempo porterà gli americani a definire questi assassini serial killer, termine che identifica un criminale che commette almeno due omicidi a intervalli più o meno lunghi. Il serial killer agisce in nome di un’eccitazione, su un bisogno psicologico (spesso di natura sessuale), e, più o meno consapevolmente, vede i suoi atti come una sfida. 

(Totalità )

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