Elinor Ostrom tra mercato e stato

By Redazione

giugno 15, 2012 Cultura

Da Reason.com (2009), in ricordo di Elinor Ostrom, la prima donna a vincere il Nobel per l’economia, scomparsa lo scorso 12 giugno.

Quando gli economisti dimostrano che i sistemi di mercato falliscono, solitamente fanno una semplice raccomandazione, e cioè che è “lo” stato che dovrebbe occuparsi dei problemi. Elinor Ostrom ha dimostrato empiricamente che “lo” stato potrebbe non essere “la” soluzione.

Nel suo lavoro sostiene l’adeguatezza della diversità istituzionale, che guarda agli individui per risolvere i problemi, piuttosto affidarsi a soluzioni imposte dall’alto, uguali per tutti. È opinione diffusa che i problemi relativi alle risorse naturali e all’ambiente debbano essere risolti in modo centralizzato e, se possibile, globale. Attraverso analisi innovative in materia, sia nei laboratori che in teoria, l’opera di Ostrom ha dimostrato che soluzioni creative a problemi come l’esaurimento delle risorse comuni vanno al di fuori della sfera d’azione dei governi nazionali. Di qui l’annuncio di oggi, il conferimento del Premio Nobel per le Scienze Economiche 2009.

Ma nel lavoro di Elinor Ostrom c’è di più. In effetti, si potrebbe dire che, insieme a Vincent Ostrom, ha lanciato una bella sfida alle visioni sull’economia e sulle scienze politiche universalmente accettate. Come lei stessa l’ha descritto, il suo lavoro è un tentativo sistematico di trascendere la dicotomia di base della moderna economia politica.

Da un lato c’è la tradizione definita dalla teoria dell’ordine sociale di Adam Smith. Smith e i suoi eredi intellettuali si concentravano sullo schema dell’ordine e delle conseguenze che emergono dalle azioni indipendenti di individui che perseguono il loro interesse all’interno di un dato sistema di regole.  Quella era la tradizione “dell’ordine spontaneo”, dove lo studio dei mercati – la competizione tra produttori e consumatori di beni privati che portava ad un miglior collocamento delle risorse – occupava una posizione preminente.

Dall’altro lato c’è la tradizione radicata nella teoria dell’ordine sociale di Thomas Hobbes. Da quella prospettiva, gli attori individuali che perseguono il proprio interesse e provano a massimizzare il loro benessere, portano inevitabilmente al caos e al conflitto. Da ciò deriva la necessità di un singolo centro di potere che imponga l’ordine. Secondo la visione di Hobbes, l’ordine sociale è la creazione dell’unico “Leviatano”, che esercita da monopolista il potere legislativo ed esecutivo. Pertanto, gli individui autonomi e indipendenti non hanno nulla a che fare con l’ordine sociale. La maggior parte delle teorie moderne dello stato hanno le loro origini nella visione del Leviatano di Hobbes.

Nella visione di Ostrom, i teorici di entrambe le tradizioni sono riusciti non solo a mantenere le teorie sul mercato e sullo stato alienate l’una dall’altra, ma sono anche riusciti a mantenere separate le visioni fondamentali sulle due cose. Il concetto di Smith sul sistema di mercato era considerato applicabile per tutti i beni privati, mentre l’idea di Hobbes di un singolo centro decisionale e di potere era applicabile a tutti i beni collettivi. E se i settori della moderna vita politica economica non potessero essere compresi o organizzati facendo affidamento solo sui concetti di mercato o di stato? Se avessimo bisogno di un “insieme di formule più ricco” dei meri concetti di “mercato” e “stato”? Probabilmente il modo migliore di vedere il lavoro di Ostrom sul la governance e le risorse comuni è considerarlo una risposta a questa sfida. È un contributo (su basi empiriche) ad un tentativo più vasto e audace di costruire un’alternativa alla dicotomia fondamentale della moderna economia politica, un tentativo di trovare un’alternativa alle concezioni derivate da Smith e Hobbes.

“La presenza di ordine nel mondo,” scrive Ostrom, “è largamente dipendente dalle teorie utilizzate per comprendere il mondo. Non siamo limitati, comunque, dalle sole concezioni dell’ordine derivate dalle opere di Smith e Hobbes”. Abbiamo bisogno di una teoria dell’ordine che “offra un’alternativa che possa essere usata per analizzare e decidere una serie di soluzioni istituzionali che rispondano alla grande varietà di beni collettivi nel mondo”. In risposta a questo bisogno, Ostrom ha esplorato un nuovo settore della complessa realtà istituzionale della vita sociale – le complesse organizzazioni istituzionali che non sono né stati né mercati. Sono gli enti profit o non-profit che producono beni collettivi per “unità di consumo collettivo”. Vi sono molti esempi di queste “unità di consumo”.

Possono essere piccole o grandi, con molte finalità o concentrate su un unico servizio ben funzionante: municipalità suburbane, associazioni di quartiere, condomini, chiese, associazioni di volontariato o enti non formali  come quello che risolvono i problemi relativi alle risorse comuni studiati e documentati da Ostrom in tutto il mondo. Eppure, una volta identificato il principio di funzionamento che ruota intorno ad essi, le diverse forme possono essere comprese in quanto parte di un meccanismo più vasto, e la logica del processo istituzionale coinvolto può essere rivelata in modo relativamente facile. Possono essere viste come collegate al “terzo settore” ma diverse da “stato” e “mercato”.

Per questo motive lo studio di Ostrom sulla governane non è solo una fonte di ispirazione. È anche una sfida per i liberali. Studio dopo studio ha dimostrato che i principi della libertà individuale, della responsabilità, della creatività imprenditoriale e dell’intraprendenza si applicano non solo alla produzione e distribuzione di beni privati ma anche ai settore istituzionale al di fuori dell’ordine di mercato. Questo terzo settore, che non è “né stato né mercato”, può in effetti essere importante tanto quanto il mercato, come terreno di scontro per preservare un ordine sociale libero e fiorente.

(traduzione di Irene Selbmann da Reason.com)

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