All’Europa serve una Thatcher

By Redazione

giugno 13, 2012 Esteri

Con il bailout delle banche spagnole, le elezioni greche in vista e quelle francesi in corso, l’eurozona torna a tremare. Perché l’esito prevedibile delle nuove tornate elettorali (che daranno la vittoria alla protesta della sinistra) e il precedente creato dall’aiuto al sistema finanziario spagnolo sono da intendersi, complessivamente, come un nuovo colpo alle politiche di austerity. Il dibattito crescita-contro-austerity sta sbarcando anche negli Stati Uniti. Praticamente tutti i giorni, l’economista Paul Krugman, keynesiano, tira mazzate contro le politiche di austerity, sia dalle colonne del New York Times che sui grandi network televisivi. Per Krugman la risposta è sempre quella: spendere di più, ricorrere anche a politiche monetarie inflazioniste pur di aumentare i posti di lavoro. I sostenitori dell’austerity non si fanno praticamente sentire. E la classe politica che viene identificata con quella strategia, prima fra tutti Angela Merkel, è nell’occhio del ciclone polemico.

Cresce, piuttosto, il fronte degli euroscettici. Ma chi identifica la valuta comune come l’origine della crisi attuale, molto spesso e inconsapevolmente, fa lo stesso ragionamento di chi vorrebbe una valuta unica più forte: produrre più moneta, spendere di più. Gli euroscettici vorrebbero reintrodurre la sovranità monetaria nazionale per stampare più banconote nazionali. Gli euro-entusiasti vorrebbero conferire piena sovranità (leggasi: più controllo governativo) alla Banca Centrale Europea, per stampare più euro. In entrambi i casi, euroscettici ed euroentusiasti vogliono più spesa pubblica, nazionale nel caso dei primi, sovranazionale per i secondi. In Europa, insomma, non c’è alternativa al modello keynesiano. E anche negli Usa, dove la crisi dell’eurozona è vista con crescente preoccupazione, l’opinione fatta propria dall’amministrazione Obama è sempre keynesiana.

Il presidente Usa (e su questo, il premier britannico David Cameron è perfettamente allineato) suggerisce la via dell’unificazione fiscale ed economica dell’Ue, per permettere una maggior spesa pubblica e una politica monetaria espansiva in tutta l’eurozona. Qualcuno inizia a notare questa mancanza di alternativa ai dogmi keynesiani e lo sta scrivendo, per lo meno nel mondo anglosassone. Simon Nixon, nel suo editoriale di martedì scorso sul Wall Street Journal, è una di queste rare voci dissenzienti. «Coloro che invocano la fine dell’euro – scrive Nixon – stanno abbaiando contro il nemico sbagliato, così come coloro che premono per la creazione di bond europei e di una maggior unificazione bancaria». Sono entrambe delle non-soluzioni, perché: «Il vero problema dell’eurozona è una crisi di competitività, l’eredità di decenni di sprechi, privilegi, sistemi di welfare estremamente generosi, burocrazie inefficienti e tasse alte.

La signora Merkel ha ragione quando sostiene che una soluzione-tampone, che non tenga conto di questi problemi strutturali, sarebbe un tradimento nei confronti dei contribuenti tedeschi e delle future generazioni in tutta l’eurozona. Invece di contestare la Merkel, tutti coloro che sono esterni all’eurozona dovrebbero piuttosto concentrare il fuoco contro le élite politiche degli Stati membri che continuano a bloccare le riforme». Fra cui Mario Monti in Italia: «Dovrebbero chiedersi quali obiettivi Monti abbia raggiunto da quando è Presidente del Consiglio. Prima di accettare l’incarico come presidente della Bce, Mario Draghi aveva steso una lista di riforme che riteneva necessarie per far ripartire la competitività dell’Italia. Quanto di questo programma è stato realizzato? Quante corporazioni sono state aperte? Quante regole prive di senso sono state cancellate? Perché l’Italia ha ancora 8000 amministrazioni locali, quando gli Stati Uniti ne hanno soli 3000?». Simon Nixon si chiede se vi sia qualche nuova Margaret Thatcher all’orizzonte in tutta l’eurozona.

E la sua risposta è chiara: non c’è. È dello stesso avviso anche lo storico Victor Davis Hanson, acuto analista politico oltre che militare. Nel suo editoriale di ieri, sulla National Review, constata che lo scontro fra austerity e crescita si basi su un notevole equivoco: «La nuova nozione di austerity si riferisce al mero livello di spesa del governo, in rapporto alle entrate. E non a fondamentali riforme di sistemi economici chiusi e altamente regolamentati. (…) Se un mercato del lavoro è altamente regolamentato e rigido, se il sistema di prelievo fiscale è bizantino e punisce gli imprenditori, promuovendo, al contrario, il mercato nero e l’evasione, se le leggi contribuiscono a distruggere il nuovo business, il problema va ben al di là della semplice alternativa aumentare/tagliare la spesa pubblica.

Questa crisi in Grecia non riguarda solo la questione su quanti servizi debbano essere tagliati dal governo, ma il fatto stesso che l’intero complesso normativo, nonché la cultura nazionale della Grecia, puniscano chiunque si assume rischi e tenda a massimizzare i profitti, premiando, al contrario, la timidezza e l’inerzia, in uno scenario di invidia sociale e di gelosie». Stesso discorso vale per l’Italia. Inutile, quindi, crogiolarsi nel sogno di una ritrovata “sovranità monetaria”. Servono riforme strutturali. E non certo quelle proposte dai Paul Krugman di turno: il loro rimpianto welfare state degli anni ’50 e ’60 è proprio all’origine della nostra crisi.

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