Salvate il soldato Cassano

By Redazione

giugno 12, 2012 politica

L’Italia è il paese dell’indignazione in canna. Il problema è che, a forza di salire sempre in cattedra per fare la morale a questo e a quello, si finisce per rimediare delle figure barbine. Il colmo sembrava raggiunto il giorno delle prime scosse telluriche in Emilia Romagna, in concomitanza delle quali la showgirl Melissa Satta ebbe la malaugurata idea di chiedere ai suoi fan di Twitter di commentare i suoi nuovi occhiali da sole. Non l’avesse mai fatto: i benpensanti da 140 caratteri le si erano scagliati contro come non avrebbero potuto fare nemmeno se le 27 vittime mietute fino ad oggi dal terremoto le avesse uccise lei, nel sonno e a mani nude. Eh già: crucifige! chi nel giorno della solidarietà a buon mercato (costo massimo: 1 euro via sms) non indossa la maschera della pietà forzosa e continua ad essere quello che è. Magari anche soltanto una normalissima e banalissima velina.

Il colmo sembrava raggiunto, dicevamo, perché in realtà la giornata di ieri ha registrato un nuovo record. Le vaccate fotoniche di Antonio Cassano, infatti, hanno fatto schizzare alle stelle gli indignometri di mezza Italia, quei sensibilissimi strumenti di rilevazione di cui sono dotati tutti i più importanti studi televisivi e le redazioni nazionali che trasformano i sussulti di imbecillità in notizie da prima pagina.

Sì, è vero, Cassano ha detto una stupidaggine. Sì, è vero, Cassano avrebbe potuto tranquillamente risparmiarsi certe dichiarazioni. Sì, è vero, Cassano avrebbe potuto non rispondere, fare spallucce, scaccolarsi o sfoderare un sorriso ebete in attesa della domanda successiva. Sì, è verissimo, quel troglodita di Cassano ha detto “froci” anziché dire “gay”, “omosessuali”, o magari anche “diversamente etero” come fanno invece tutti gli altri bravi e onesti omofobi repressi e ipocriti che oggi s’inalberano nel web, in tv e sulla carta stampata ma ieri durante la conferenza stampa di Fant’Antonio ridacchiavano e si davano di gomito come quegli scolaretti del liceo in gita ad Amsterdam che incrociano il professore nel viale delle donnine in vetrina.

Indignarsi per il turpiloquio cassanese non guasta, certo. Ma occorrerebbe incazzarsi (ops!) molto di più quando un giornalista sportivo, che prende un fior di stipendio alla faccia di tanti precari ma la cui massima occupazione è andare in gita a sbirciare il sedere alle polacche, interroga un calciatore su un argomento scabroso solo perché non è in grado di scrivere un articolo decente sul centrocampo della Croazia. Il vero problema non è una risposta ignorante data da chi non ha nessuna pretesa di insegnare all’università, quanto una domanda cretina posta da qualcuno che sul muro dietro la scrivania molto probabilmente sfoggia la pergamena di una laurea. Perché se si fa una domanda scomoda a Cassano e si pretende che risponda come monsignor Della Casa, invece di chiedergli se spera che i croati marchino a uomo o a zona, o si è scemi o si è in malafede. Delle due l’una, o magari anche entrambe.

«Eh – diranno subito i miei piccoli censori – ma Cassano gioca in nazionale, ci rappresenta pubblicamente». Come no. Ma è chiamato a rappresentarci tirando calci ad un pallone, e facendo il possibile perché quel pallone buchi la porta avversaria o permetta ad un altro azzurro di farlo. Non è un ministro, non è un diplomatico, non è un leader di partito né aspirante tale, non è un filosofo, un Premio Nobel o un maître à penser. A dirla tutta, non sarebbe nemmeno tenuto a presenziare ad una conferenza stampa. Per decenni ci siamo accontentati di calciatori analfabeti che in campo facevano faville e davanti ad un microfono producevano più “mmmmmmh” di un bonzo in preghiera, e ci è sempre andata di lusso così. Anzi, forse all’epoca il calcio era addirittura migliore perché c’era più sport e meno tavanate.

Invece no: Cassano dev’essere un dio in campo e un professore fuori. Usare il tovagliolo, non sputare quando parla, amare i cani e ricordarsi di abbassare la tavoletta del cesso dopo il bisogno piccolo. Difendere i poveri e gli oppressi, riparare i torti, accompagnare le vecchiette al di là della strada e magari persino insegnare a Balotelli a dire “viva Gesù” quando sbaglia un goal a porta vuota invece di smoccolare come uno scaricatore di porto.

A questo punto perché non intervistare Martufello sulla spending review, salvo poi indignarsi per la risposta sgrammaticata e poco coerente con le esigenze del paese? Oppure perché non convocare ai prossimi Mondiali Umberto Eco terzino, Gianluigi Beccaria tornante, e Benedetto Croce cittì a dettare gli schemi via tavoletta ouija? Forse sarebbe tutto molto più semplice se lasciassimo semplicemente che i calciatori giochino a calcio. E ai giornalisti che fanno domande imbecilli rispondessimo: «Auanti pecora!».

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