Ogm: giù le mani dalla ricerca

By Redazione

giugno 11, 2012 Cultura

Un tempo le folle inferocite davano la caccia alle streghe. Fomentate da qualche predicatore invasato, scaricavano la rabbia e la frustrazione dell’ignoranza su donne inermi, la cui colpa il più delle volte era proprio soltanto quella di essere donne. Ma era il Medioevo, erano i secoli bui. Oggi nell’era di internet, della cultura di massa e dell’informazione a portata di clic, queste cose non succedono più. Oggi si da la caccia agli scienziati. Deposti i forconi imbracciati da mani ottuse, si imbracciano leggi e regolamenti scritti da mani altrettanto ottuse. Sempre con lo stesso risultato: un rogo di fascine.

Ed è esattamente un rogo di fascine quello che comincerà a bruciare stamani alla facoltà di Agraria dell’Università della Tuscia. Per mandare in fumo che cosa? Trent’anni di studi, di lavoro durissimo, di fatica e di ricerca del professor Eddo Rugini, colpevole e reo confesso del crimine di voler fare dell’Italia un polo di eccellenza nella ricerca sui prodotti agricoli transegnici. I panni del predicatore invasato stavolta toccano al guru di Democrazia Proletaria, Mario Capanna, e alla sua Fondazione Diritti Genetici. A reggere il cerino, però, sarà addirittura il Ministero dell’Ambiente, firmatario dell’ordinanza che intima all’ateneo la dismissione del sito sperimentale che ospita ormai da molti anni olivi, ciliegi e kiwi transgenici.

In un’Italia sempre pronta a difendere a spada tratta la ricerca, ma sempre e soltanto a parole, e ad innalzare lamentazioni e piagnistei sulla mancanza di fondi e di finanziamenti, la notizia rischiava di passare addirittura inosservata. Anzi, a risuonare in lungo e in largo c’era soltanto la voce dei detrattori degli studi di Rugini: un coacervo di bugie e cantonate straripanti tenute insieme dal collante del più becero terrorismo mediatico. Finché non si è fatta sentire forte e chiara quella de “La Valle del Siele”, il blog dell’imprenditore ed esperto Giordano Masini, che ha acceso i riflettori sull’ennesima storia italiana.

È lo stesso Masini a raccontare la storia del progetto Rugini. L’avventura muove i primi passi nel 1982, salutata da tutta la comunità scientifica internazionale come un’eccellenza nel settore della ricerca di colture resistenti all’attacco di funghi e altri agenti infestanti, in grado di portare risultati straordinari. «Noi italiani siamo stati i primi a condurre questo genere di studi sulle piante arboree e da frutto» raccontava qualche giorno fa uno sconsolatissimo professor Rugini ai microfoni di Radio24. Ora lo scienziato si vede strappare di mano la sua ricerca da un’accolita di pseudiscientisti dilettanti che non saprebbero distinguere una provetta da un becco di Bunsen: «Capanna dice che i miei studi potrebbero essere condotti tranquillamente anche in laboratorio» è l’invettiva di Rugini contro i suoi detrattori. «Dice un sacco di sciocchezze. È un filosofo, continui a fare il filosofo».

La sperimentazione sugli alberi transgenici viene avviata in campo nel biennio 1998/1999. Nel 2009 il titolare della ricerca chiede una proroga, perché le piante arboree non sono come le lattughe e i pomodori, e hanno bisogno di tempo per crescere e svilupparsi. Già allora, come riporta “La Valle del Siele” nella sua cronistoria della vicenda, la Regione Lazio e il Ministero dell’Ambiente negano il tempo extra sulla base delle leggi in vigore, che vietano la sperimentazione sugli Ogm in campo aperto. Da lì ha inizio un lungo braccio di ferro tra le istituzioni e l’Università della Tuscia, che chiede l’adozione di un provvedimento per consentire all’equipe del professor Rugini di portare a termine il proprio ultradecennale lavoro e di non buttare al vento tutti i finanziamenti pubblici di cui l’avveniristico progetto di ricerca aveva goduto fino ad allora. Niente da fare.

Non bastano gli appelli. Non basta nemmeno il fatto che in decenni di sperimentazione internazionale non ci sia mai stato nemmeno uno straccio di ricerca ad attestare su basi rigorosamente scientifiche la benché minima pericolosità per l’uomo o per l’ambiente di qualsivoglia organismo geneticamente modificato. L’Ogm resta un tabù, e la paura irrazionale fomentata dalla disinformazione sono più forti di qualsiasi dimostrazione scientifica.

Nel maggio scorso scende in campo la fondazione di Capanna, che monta il caso e lo infarcisce di allarmismi apocalittici e affermazioni al limite del farneticante, diffondendo il panico circa il rischio di “contagio” tra gli alberi oggetto di sperimentazione e le colture circostanti. Ma le piante di Rugini, scrive il blogger Masini, «non possono essere in nessun caso considerate un pericolo per le colture vicine».

Lo spiega dettagliatamente lo stesso professore: «I ciliegi che avete visto in fiore non hanno necessità di essere coperti, perché non sono transgenici. Accanto a questi, i ciliegi transgenici (che sono portinnesti), prima di essere stati sottoposti a manipolazione genetica erano completamente sterili (cioè non producevano nemmeno un granulo di polline perché triploidi) e tali sono rimasti allorché divenuti transgenici, per cui non c’è alcuna possibilità di diffusione di polline e quindi non necessitano di protezione».

«Gli olivi (transgenici per la riduzione della mole dell’albero e quelli modificati per aumentare la resistenza a malattie fungine) non hanno prodotto finora alcun fiore e purtroppo nemmeno quest’anno fioriranno, a causa di un ringiovanimento delle piante subìto durante la permanenza in vitro, sebbene derivate da materiale maturo di una varietà di pregio» prosegue il ricercatore.

«Le uniche piante che fioriscono e che producono polline – aggiunge il professor Rugini – sono quelle appartenenti all’actinidia maschio, alle quali annualmente vengono eliminati i fiori prima della loro schiusura (per la stagione in corso abbiamo finito pochi giorni fa il lavoro di eliminazione e sterilizzati in autoclave). Le piante femmina (transgeniche per riduzione vigoria e transgeniche per resistenza a malattie) non producono polline e vengono impollinate artificialmente con polline di piante controllo per far produrre frutti da sottoporre a test in laboratorio, per verificarne la resistenza all’attacco dei funghi durante la conservazione, e – conclude – successivamente distrutti, come da protocollo». Spiegazioni tanto esaurienti quanto inutili. Da stamattina il professor Rugini è obbligato a dismettere il suo campo, un albero dopo l’altro.

La speranza, fortunatamente, è l’ultima a morire. Il professore è deciso a lottare per non dover gettare alle ortiche trent’anni di ricerca. Per questo comincerà gli abbattimenti a partire dalle colture meno rilevanti ai fini della ricerca, in attesa che nel frattempo si possa ancora salvare il salvabile. Il mondo della ricerca si è mobilitato. Dagli Stati Uniti il sito web BioFortified si è mobilitato con una campagna di raccolta firme per fermare l’abbattimento delle piante transgeniche. Intanto, il prosieguo dei contatti informali tra il professor Rugini e il Ministero dell’Ambiente tiene accesa la fiammella su una possibile soluzione positiva. Ma senza un pronunciamento ufficiale, continuerà a fare fede l’ingiunzione a dismettere tutto.

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