Le ombre dei droni sull’Afpak

By Redazione

giugno 10, 2012 Esteri

Lo scorso 4 giugno, Abu Yahya al-Libi, uno dei massimi esponenti di al-Qaeda, è stato ucciso nel Waziristan settentrionale, una zona di confine tra Afghanistan e Pakistan, da un missile lanciato da un drone  americano.  Nella gerarchia del network jihadista, al-Libi era considerato secondo solo ad Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano che ha assunto le redini di al-Qaeda a seguito della morte del suo leader storico, Osama bin Laden, ucciso lo scorso anno in un raid dei Navy Seals statunitensi nel compound di Abbottabad, nel Pakistan settentrionale.

Nato a Marzaq, nella Libia sud-occidentale, al-Libi aveva partecipato alla jihad afghana contro l’Unione Sovietica, per poi approfondire gli studi coranici in Mauritania. Ritornato in Afghanistan nella seconda metà degli anni ’90 dopo una parentesi in Sudan, a seguito dell’invasione americana del paese era stato costretto a trasferirsi a Karachi, in Pakistan, dove venne catturato e trasferito nella prigione statunitense di Bagram, nei pressi di Kabul, nel 2002, da cui riuscì rocambolescamente ad evadere tre anni dopo. 

È proprio la sua evasione dal carcere a segnare l’inizio della popolarità di al-Libi negli ambienti dell’islamismo radicale e la sua scalata verso il vertice di al-Qaeda, resa peraltro più rapida dalla morte di numerosi leader dell’organizzazione a seguito della campagna di attacchi mirati lanciata dagli Stati Uniti. Nonostante sia stata accertata la sua presenza in azioni di combattimento, la leadership di al-Libi si manifesta più sul piano religioso ed organizzativo che su quello militare: nei suoi numerosi video diffusi su internet, il quarantanovenne libico dà prova di una profonda conoscenza della sharia e di una notevole eloquenza, che lo portano a conquistare rispetto ed autorevolezza tra gli affiliati al network terroristico; particolarmente forti sono i suoi legami con le milizie somale di al-Shabaab e con al-Qaeda nel Maghreb islamico, la branca nordafricana dell’organizzazione. 

La morte di al-Libi segna dunque, secondo gli analisti, un colpo terribile per la leadership di al-Qaeda, ed un successo di rilievo per la strategia antiterroristica dell’amministrazione Obama. L’uso di aerei senza pilota per attività di ricognizione ed attacco si è senza dubbio mostrata efficace nell’eliminare leader e militanti di organizzazioni terroristiche: questo approccio, utilizzato in Pakistan, Yemen e Somalia, consente infatti di colpire i bersagli con precisione, limitando il numero di vittime civili, evitando il rischio di perdite tra le forze armate americane, ed abbattendo i costi connessi con complesse operazioni condotte sul terreno. Un articolo recentemente apparso sul New York Times ha fatto luce sui processi decisionali alla base delle operazioni di attacco, evidenziando come Barack Obama si sia riservato la facoltà di decidere personalmente la lista degli obiettivi  da colpire e le modalità e le tempistiche con cui portare a termine la missione. 

La procedura descritta prevede che, con cadenza settimanale, una serie di rappresentanti delle varie agenzie di sicurezza americane si riunisca sotto il coordinamento del Pentagono per stilare una “lista nera” di possibili bersagli da sottoporre poi allo scrutinio del presidente, il quale, di concerto con il suo principale consigliere in materia di antiterrorismo, John Brennan, emette il proprio verdetto su ciascuno dei nomi indicati. Un modo, per il presidente, di assumersi direttamente la responsabilità legale e morale delle conseguenze degli attacchi, ma che non ha mancato di suscitare dubbi sulla legittimità di un simile approccio, che di fatto attribuisce ad Obama la facoltà di colpire cittadini americani e stranieri sul territorio di Stati esteri con cui Washington non si trova formalmente in guerra. La mancanza di trasparenza e di pubblicità dei documenti che giustificano gli attacchi consente alla Casa Bianca di isolare la propria discrezione su quali siano gli obiettivi da colpire, le condizioni in cui farlo, ed il livello di danni collaterali che può essere considerato accettabile, da qualunque scrutinio esterno e controllo democratico.

In un recente intervento, John Brennan ha affermato che i principi utilizzati nella scelta dei bersagli sono estremamente rigidi: i droni vengono utilizzati come ultima risorsa, nei casi in cui esista la certezza che il bersaglio rappresenti una minaccia diretta ed urgente alla sicurezza degli Stati Uniti e non sussistano le condizioni per la cattura del soggetto. È stato documentato, tuttavia, come gli attacchi si siano concentrati anche su installazioni e presunti campi di addestramento di al-Qaeda, uccidendo individui le cui generalità sono rimaste sconosciute, ed incrementando il rischio del coinvolgimento di innocenti. Questi “signature strikes”, come vengono chiamati a Washington, sarebbero decisi non in base alla presenza di terroristi di alto livello sul luogo, ma attraverso l’analisi delle attività svolte sul terreno, comportando così margini di errore ben più ampi. Anche le modalità utilizzate dalla CIA per il computo delle vittime sono state criticate: ancora secondo il New York Times, tutti gli individui di sesso maschile presenti sul luogo dell’attacco verrebbero infatti automaticamente conteggiati come “militanti”, senza necessità di provare la loro effettiva partecipazione alle attività terroristiche, e mantenendo così il livello di danni collaterali artificiosamente basso. 

La concentrazione di quello che è, di fatto, un potere di vita o di morte in mano ad un leader politico, senza possibilità di controllo da parte dell’opinione pubblica e del potere giudiziario, pone interrogativi rilevanti per uno stato di diritto. Nella sua campagna elettorale per le elezioni del 2008, Obama aveva più volte denunciato le sistematiche violazioni dei diritti civili compiute dalla precedente amministrazione Bush nei confronti di sospetti terroristi, criticando le pratiche di detenzione arbitraria ed extragiudiziale, l’utilizzo della tortura, e le “extraordinary renditions”, ossia il rapimento di sospetti e la loro detenzione in carceri segrete gestite dalla CIA. La strategia antiterroristica di Obama è stata indubbiamente efficace nell’infliggere una serie di colpi devastanti alla leadership di al-Qaeda ed ai suoi affiliati; tuttavia, allo stato attuale, sembra aver estremizzato, più che limitato, i punti critici emersi nel corso della gestione Bush.

Sarebbe dunque necessario che l’amministrazione statunitense rompesse il regime di segretezza ed arbitrarietà che ad oggi circonda l’utilizzo di droni in operazioni di antiterrorismo, adottando e rendendo pubbliche delle linee-guida che determinino in modo rigido i casi in cui questo tipo di azioni debbano essere considerate necessarie, e creando, compatibilmente con le esigenze di riservatezza insite in una simile strategia, un sistema di controllo della composizione delle “kill list” e dell’esecuzione operativa degli attacchi indipendente dalla Casa Bianca. L’esigenza di una precisa definizione di metodi ed obiettivi, oltre che dei principi che legittimano una simile strategia, è sentita anche sul piano del diritto internazionale: con ogni probabilità, nei prossimi anni l’utilizzo dei droni è destinato a diffondersi tra le forze armate delle principali potenze mondiali; una dottrina che prevede il loro utilizzo indiscriminato per attacchi su suolo estero, nei confronti di chiunque possa essere vagamente etichettato come una minaccia alla sicurezza nazionale, rappresenta un precedente pericoloso, che si presta ad ogni sorta di abuso e strumentalizzazione. 

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