Semipresidenziali in primavera

By Redazione

giugno 5, 2012 politica

La prima, la più elevata, l’ha espressa il collega Franco Monaco  su “L’Unità” di ieri: passare dalla forma di governo parlamentare a quella semi-presidenziale (che per inciso hanno parecchie cose in comune, a cominciare dal rapporto fiduciario) metterebbe addirittura in gioco “principi non negoziabili”. E’ un’argomentazione palesemente infondata. Le due opzioni non sono identiche, ma la differenza non è di quel grado. Infatti alla Costituente non la vivevano così.

Ce lo spiega benissimo Dossetti nella sua intervista a Elia e Scoppola: “Lì (al monastero passionista al Celio, alla prima riunione informale dei costituenti dc – NdA) si considerò anche la possibilità di una Repubblica presidenziale..Fu bloccata da De Gasperi con un ragionamento, essenzialmente di garanzia, nei confronti del Partito Comunista: se facciamo le elezioni su un nome solo, poniamo il nome di Nenni, disse, sostenuto dal Partito Comunista, passano.” Di tutto si trattava, quindi, tranne che di principi non negoziabili: era la sfiducia reciproca. Niente di meno, niente di più.

E ce lo spiega ancor meglio negli atti della Costituente il dc Tosato che, il 5 settembre 1946, dopo aver illustrato il principale strumento di deterrenza contro le crisi, la sfiducia costruttiva, dichiara: “In ogni caso, ove tale inderogabile esigenza non potesse venir soddisfatta, esprimerebbe senz’altro la sua preferenza per una forma di governo presidenziale”. Era perfettamente in linea con l’ordine del giorno Perassi presentato il giorno precedente secondo il quale l’opzione per la forma di governo parlamentare era auspicabile in quanto si votassero dispositivi che evitassero l’assemblearismo, le degenerazioni del parlamentarismo in chiave di instabilità e di inefficienza.

Neanche la Tesi 1 dell’Ulivo del 1996 la vedeva così: infatti, pur presentendo come scelta preferenziale una “rinnovata forma di governo centrata sulla figura del Primo Ministro investito in seguito al voto di fiducia parlamentare in coerenza con gli orientamenti dell’elettorato” si poneva il problema di come eleggere il Capo delo Stato  “esaminando varie possibili modalità, compresa la sua elezione diretta”.

E neppure lo era il modo con cui il centrosinistra affrontò la Bicamerale D’alema. Infatti, se si fosse trattato di principi non negoziabili, non ci sarebbe stata la scelta di lasciare libertà di voto senza disciplina di partito che fu decisiva. Infatti la bozza Salvi sul semipresidenzialismo che prevalse 36 a 31 sul Governo del Primo Ministro fu votata non solo da Pdl e Lega, ma anche da 4 decisivi componenti del centrosinistra: il socialista Boselli, Spini che stava nel gruppo Ds, D’Amico della Lista Dini e l’autonomista Rigo, mentre si astennero i diessini Occhetto e Passigli.

La seconda scusa riguarda i tempi e richiede sforzi ancora minori. Se, confermando l’intesa sulle parti restanti dalla riduzione dei parlamentari alla differenziazione del bicameralismo, si prende il testo Salvi sulla Bicamerale nella parte sulla forma di governo, aggiornandola alla riforma francese del 2000, tutto deve essere pronto per la metà di febbraio 2012, quando si indirebbero le elezioni presidenziali da celebrarsi entro la metà di aprile, seguite poco dopo dalle elezioni parlamentari o, meglio, contestualmente ad esse, se si seguissero le idee espresse dalla sinistra francese (Club Jean Moulin nel 1962, radicali di sinistra nel 2000).

Peraltro la contestualità per rendere ancora più improbabile la coabitazione è stata autorevolmente riproposta da Sartori sul Corsera del 28 maggio. Di per sé la modifica del contenuto di una delle parti dell’accordo (forma di governo) non impedisce affatto di chiudere la prima lettura per agosto e di stare quindi ampiamente nei termini. Questi ultimi non sarebbero neanche impediti dalle leggi di accompagnamento che potrebbero comunque essere approvati tra una lettura e l’altra. Già si prevedeva tale opzione per la legge elettorale uninominale a doppio turno, si tratterebbe di estenderla a quelle previste dal testo Salvi: legge elettorale per il Presidente, legge sulla normativa di contorno per le presidenziali, legge sul conflitto di interessi del Presidente e legge sul ricorso preventivo delle minoranze parlamentari alla Corte Costituzionale.

Tolte le scuse, perché allora lo dovremmo fare? Paradossalmente la ragione principale l’hanno fornita il collega Monaco e tutti coloro che, dopo le elezioni greche, quelle francesi e le nostre amministrative, hanno contestato l’intesa coerente prima stipulata che connetteva la forma di governo del Primo Ministro col sistema elettorale ispano-tedesco. Un sistema che, pur corretto, sarebbe sempre proporzionale è  troppo debole – hanno detto – di fronte all’ondata di forze anti-sistema che escluderebbe comunque dall’area di governo un 15-20% di voti tradotti in seggi, Non in grado di far funzionare bene una forma di governo che ha bisogno di due grandi partiti strutturati incentivati dal sistema, di norma alternativi tra di loro.

Ma allora ritorniamo esattamente al dilemma di Tosato alla Costituente e non si sfugge alla necessità di nazionalizzare la competizione con un’elezione popolare diretta del vertice dell’esecutivo a cui accompagnare necessariamente il doppio turno di collegio. Come ha spiegato Sergio Fabbrini sul “Sole” di domenica il nostro sistema dei partiti della seconda fase della Repubblica si è ampiamente disarticolato, ma ciò non ha spostato affatto la sua crisi su quella delle istituzioni grazie al doppio turno sull’elezione diretta del sindaco. Si tratta di fare esattamente lo stesso passaggio. Se non ci sono i due grandi partiti alternativi e non si vuol restare bloccati in una Grande Coalizione come regola anziché come eccezione (se è una regola la forma parlamentare non funziona affatto bene) spetta all’elezione diretta polarizzare.

(Qdr)

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