Alla faccia dell’ente inutile

By Redazione

giugno 4, 2012 politica

Anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano. Per questo, nel paese dall’incazzatura facile, è sempre degno di nota quando qualcuno invece di incazzarsi replica con stile. O, se non altro, mostrando un pizzico di originalità. Proprio come ha fatto qualche giorno fa Paolo Di Caro, direttore generale dell’Agenzia Nazionale per i Giovani, dopo un articolo non molto lusinghiero dedicato da l’Espresso proprio all’Ang.

Ma andiamo con ordine. Sulle pagine del suo ultimo numero, il settimanale delle Procure ha pubblicato un lungo servizio multifirma dedicato a come lo stato potrebbe recuperare subito 100 miliardi di spesa pubblica senza colpo ferire. Niente nuove tasse, nessun servizio eliminato o ridotto al lumicino. Come? Tagliando i cosiddetti “enti inutili”, i famigerati carrozzoni di stato che servono a poco (o a pochi), non piacciono a nessuno, tutti vorrebbero veder sparire eppure, chissà perché, nessuno mai riesce a togliere di mezzo per davvero. Tra questi, l’Espresso cita anche l’Ang, l’Agenzia nazionale per i giovani guidata da Paolo Di Caro, alla quale attribuisce spese pazze e stipendi con tanti zeri.

Ora, di per sé non ci sarebbe nulla di male ad additare un’agenzia dedicata ai giovani come “ente inutile”, giacché è prassi comune e consolidata tanto della politica quanto dell’opinione pubblica considerare “inutile” l’intera categoria dei giovani, agendo pertanto come se non esistesse. Sta di fatto che l’articolo non è piaciuto nemmeno un po’ alle centinaia di associazioni, di gruppi e di comunità sparse in giro per l’Italia che nel loro statuto riportano la malsana (e deprecabilissima, almeno secondo l’Espresso) missione di lavorare in favore dei giovani, specie quelli in situazione di maggiore disagio, quelli emarginati, quelli colpiti da disabilità.

Ci si sarebbe aspettati pertanto dal direttore generale una lettera rovente con immediata richiesta di smentita. Invece no, perché, dice Di Caro: «le smentite sono notizie date due volte». Allora che ha fatto? Dall’homepage del sito web ufficiale dell’agenzia ha chiesto che a replicare all’indignata articolessa fossero «le associazioni, i beneficiari dei 1.790 progetti, i 30.000 giovani che hanno partecipato alle attività finanziate».

Perché? «Il sottoscritto, in qualità di Direttore Generale, è pur sempre un privilegiato, soggetto a critiche ed elogi e per nulla stupito o indignato nel ricevere critiche o attacchi personali» scrive il presidente di Caro. «Infastidisce, semmai, che gli attacchi dettati dall’ignoranza siano rivolti a lavoratori (funzionari, istruttori e “addetti”) che guadagnano non più di 1200 euro al mese, assunti attraverso un concorso pubblico e più della metà, fino all’assunzione, precari di lungo corso. Offende ancora di più che a subire gli insulti siano, di fatto, le decine di organizzazioni che con l’Agenzia lavorano per favorire l’inclusione di giovani con minori opportunità, favorendo “la cittadinanza attiva dei giovani ed in particolare la loro cittadinanza europea, sviluppando la solidarietà e promuovendo la tolleranza fra i giovani per rafforzare la coesione sociale, favorendo la conoscenza, la comprensione e l’integrazione culturale tra giovani in Paesi diversi …”. Formula forse generica, come scrive il giornalista, ma copiata dagli obiettivi di un programma comunitario che si chiama Gioventù in Azione, attuato da un’Agenzia, la nostra, istituita con Decisione della Commissione Europea, presente in tutti i Paesi del Continente e non certo frutto di qualche cervellotica e sprecona scelta di politici italiani».

La risposta all’appello non si è fatta attendere. Sono state già decine le e-mail al vetriolo inviate alla redazione. Alcune associazioni “inutili”, addirittura, hanno commentato sulla pagina Facebook (inutile anche questa, ça va sans dire) dell’Ang che dopo il servizio reso con tanta superficialità e pressappochismo sensazionalistico non rinnoveranno più il loro abbonamento al settimanale. Del resto aveva ragione Pietro Nenni, quando diceva ai giovani socialisti che «a fare a gara a fare i puri, troverete sempre uno più puro che ti epura». Evidentemente anche a fare a gara di purezza con i bilanci altrui si finisce soltanto per veder tagliati i propri.

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