Pechino non può battere Manila

By Redazione

giugno 2, 2012 Esteri

Non si sblocca la situazione del Mar Cinese Meridionale, dove da un paio di mesi è in corso un braccio di ferro tra la Cina e le Filippine che si contendono la sovranità dell’isola Huangyan. Ancora a fine maggio Manila lamentava una presenza eccessiva di navi cinesi nei pressi delle proprie coste, mentre la Cina, ad un incontro tra i ministri della Difesa dei due Paesi, auspicava che le Filippine mantenessero la calma e salvaguardassero la pace e la stabilità dell’area riconoscendo la sovranità cinese dell’isola. Solo poche settimane prima, a surriscaldare un clima già teso erano state invece alcune esercitazioni militari congiunte tra Manila e Washington proprio in quelle acque.

Si tratta di episodi e di tensioni già viste, per quanto preoccupanti. Sono infatti decenni che Pechino ha dispute territoriali un po’ con tutti i Paesi che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale, a cominciare dal Vietnam (per la sovranità delle isole Spratly e Paracel).

L’oggetto del contendere è semplice: la Cina sostiene che per ragioni storiche la quasi totalità di quel mare sia da considerare o come sua Zona Economica Esclusiva, o come mare territoriale. Gli altri Stati pretendono invece il rispetto del diritto internazionale, secondo cui ogni Paese è sovrano nelle acque adiacenti alla propria costa (da considerare fino a 12 miglia come mare territoriale e oltre, fino alle 200 miglia, come zona economica esclusiva). Complica la contesa il fatto che non vi siano coinvolti solo Paesi asiatici. Le Filippine, nel 1951, hanno siglato con gli Stati Uniti un trattato che vincola Washington a difendere gli interessi di Manila in caso di attacco marittimo nel Mar Cinese Meridionale.

I cinesi, temendo che un intervento americano sia in realtà mirato al contenimento della Cina (una vera ossessione per Pechino), chiedono agli Usa di stare alla larga da una questione che – sostengono – non li deve riguardare. Ma non è così. Tanto Pechino quanto Washington considerano il Mar Cinese Meridionale un proprio interesse nazionale. Gli Usa perché vogliono mantenere a tutti i costi la libertà di navigazione in un’area attraversata dalle principali rotte commerciali: quelle tra Asia Orientale, Medio Oriente ed Europa (la sovranità delle singole isole è, in questo quadro, un dettaglio su cui gli Stati Uniti si mantengono neutrali).

La Cina, consapevole delle enormi ricchezze nascoste da quei fondali, è talmente ferma nel rivendicarne la sovranità da classificarli “area di interesse nazionale prioritario” (“core interest”). Una definizione che un tempo veniva riservata all’integrità territoriale, ed in particolare era riferita alle province “ribelli” dello XinJiang e del Tibet ed a Taiwan. Ma mano a mano che Pechino cresce, e necessita di nuove risorse per compiere il proprio sviluppo, tende ad espandere la lista dei propri “interessi nazionali”, che ormai travalicano i territori terrestri e marittimi della Cina per includere sia lo spazio, sia gli oceani solcati dai suoi cargo.

Ma Pechino dovrebbe essere più attenta nel fare certi proclami. Nonostante gli ingenti investimenti nella Difesa, non è ancora in grado di difendere tutti questi “interessi”, tantomeno di competere militarmente con gli Usa se si schierassero con le Filippine. Analisti militari stimano che, mantenendo gli attuali livelli di investimento nel settore, dovranno passare due, forse tre decenni prima che la potenza militare di Pechino equivalga a quella americana. Senza contare che la Cina è un Paese diviso, ancora in cerca della propria identità internazionale. Ed alla voce dei falchi, si contrappone quella di chi auspica una soluzione diplomatica a questa crisi, anche coinvolgendo organismi internazionali, come l’Asean.

Negli anni Settanta, quando Deng Xiaoping si interrogava su questa annosa questione, arrivò a concludere: “dato che non possiamo risolvere il problema del Mar Cinese Meridionale lasciamolo alla prossima generazione, sarà di sicuro più intelligente”. O, semplicemente, più forte.

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