Il Wisconsin al recall

By Redazione

giugno 2, 2012 Esteri

Attenzione il Wisconsin chiama il recall, ma non c’è nessun tavolo verde. Non si gioca a Texas Hold’em, anche se il significato è lo stesso: un azzardo che assomiglia al rilancio del poker. La chiamata che rimette in discussione tutto, la prova del nove. Novecento mila firme per un’elezione straordinaria da cui l’Italia dovrebbe imparare qualcosa. 

Il governatore repubblicano Scott Walker martedì potrebbe essere mandato a casa dalla lobby sindacale fortemente ostile al suo operato. Non si tratta di un governo tecnico, Walker non è un Mario Monti made in Usa e l’unica somiglianza con i tecnici è riconducibile al polverone incredibile che ha sollevato dopo appena un anno di lavoro, dentro e fuori i confini del Badger State. Entra in carica nel 2011 ereditando un bilancio disastroso, un deficit vicino ai 2 miliardi di dollari che affronta con decisione. Compie un miracolo: riduce il debito a 275 milioni, introduce riforme coraggiose – sacrifici diremmo noi – che comportano più tasse sulla previdenza per i dipendenti pubblici e lo scardinamento delle contrattazioni collettive, impedisce ai sindacati di incassare ritenute direttamente dalla busta paga dei lavoratori garantendo un risparmio sul reddito. Riduce le tasse sulla proprietà e i conti tornano in ordine. 

No. Walker non è Monti, né la Fornero, né Giarda, né tutti gli altri. Il governatore non è italiano perché non teme i ricatti, non torna indietro quando un altro recall quasi gli strappa la maggioranza alla Camera dei rappresentanti di Madison o quando centinaia di migliaia di lavoratori bloccano la capitale dello stato per settimane, mentre i deputati dem fuggono in Illinois per evitare che venga raggiunto il quorum della legge. Poi il partito democratico nazionale scende in campo con un dispiegamento di forze e fondi che, in proporzione, fanno sembrare Barack Obama un sindaco di paese: tutto per strappare il Wisconsin ai conservatori. Non ci riescono. Le unions potrebbero scomparire per sempre da questo stato, repubblicano nella sua essenza, ma che presenta nei due maggiori centri, Milwaukee e Madison, una fortissima concentrazione democratica. 

La principale minaccia per l’attuale amministrazione arriva dagli elettori più estremi e interessati, mentre tra i moderati ci si aspetta una buona percentuale di astensionismo. Sono molti, in effetti, quelli soddisfatti della nuova rotta economica e disponibili ad attendere la fine del regolare mandato. “Che senso ha continuare a pagare l’American Federation of State – il sindacato degli insegnanti – se poi non ottieni nulla in cambio? La crisi ci strangola”, afferma Tina Pocernich, 44 anni, ricercatrice presso l’Indianhead Wisconsin Technical College. “Ho pagato per 15 anni e ora non posso più rinunciare a quei soldi. Mi dispiace, ma non c’è più nulla che l’Afs possa fare per la mia famiglia”.

A due giorni dalle urne, Walker resta avanti di almeno 6 punti. Il partito democratico decide allora di giocarsi il tutto per tutto inviando l’ex presidente Clinton, per sostenere la campagna dell’attuale sindaco di Milwaukee, Tom Barrett avversario del governatore. Bill può vantare un discreto appeal tra le classi operai e le minoranze, ma a sud. Non c’entra nulla con il Wisconsin e con i suoi elettori. Partito e sindacati credono che possa rosicchiare qualche punto, convincendo magari qualche moderato ad andare a votare. Quanto sta accadendo, la convocazione di Clinton e le risorse impiegate dai democratici, genera inevitabili ripercussioni sulla campagna presidenziale e sul ruolo che potrebbe giocare lo stato. La presenza di Clinton è un segnale di debolezza.

Il presidente Obama nel 2009 qui vinse con 14 punti di vantaggio su McCain. Ha in programma una visita a Minneapolis il prossimo venerdì. Il Wisconsin è a un passo, ma non ci andrà. La Casa Bianca sminuisce l’interesse per il Tuesday recall, meglio tenere le carte coperte. Non ci saranno altre possibilità di rilancio prima di novembre. 

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