Tutte le bufale sul terremoto

By Redazione

giugno 1, 2012 Cultura

Questo terremoto è una bufala. O meglio, sembra esserlo se lo si analizza dal web. Sin dai primi tremori la rete è stata inondata da teorie complottiste che incolpavano organizzazioni segrete e avidi petrolieri per quello che in questi giorni sta succedendo in Emilia-Romagna. La verità è che la scienza ha risposte precise, ma l’opinione pubblica non si azzarda a fare domande altrettanto precise, perché il parere di uno scienziato fa davvero più paura di un complotto che carica la molla dell’odio.

Pertanto sono doverose due precisazioni, ovviamente limitate a quello che è il mio personale bagaglio culturale e professionale, riguardo alla geologia della Pianura Padana e al famigerato “fracking”.

Il primo passo per comprendere questo sisma è capire cosa c’è sotto i nostri piedi. Nell’opinione comune nulla è più sicuro e stabile di una pianura, specialmente se ci si trova a debita distanza da fiumi o discariche. Questo non è vero. Le norme tecniche del 2008, note a tutti gli addetti ai lavori, rimarcano il concetto che nella penisola italiana non esiste una zona “non sismica”. A maggior ragione se si parla della pianura emiliana. Infatti, a pochi chilometri di profondità, i sedimenti marini e fluviali si appoggiano sulle cosìddette Pieghe Ferraresi che da Budrio arrivano fino a Ferrara e culminano nell’Alto di Mirandola, dove sfiorano la superficie. Queste strutture geologiche, che potremmo dipingere come immense rughe della terra, sono la porzione distale della catena appenninica e costituiscono un sistema di thrust (sovrascorrienti) orientati est-ovest in movimento verso Nord. Immaginatevi di spingere un tappeto: questo si corrugherà e si ripiegherà su se stesso e i lembi piegati si accavalleranno l’uno sull’altro spostandosi in avanti. Questo è quello che accade ai nostri Appennini. Dove la catena è da tempo sollevata e raggiunge quote maggiori, le rocce cedono e il rilassamento porta a terremoti come quello dell’Aquila. Dove invece l’Appennino “spinge” per crescere, si accumulano fortissime pressioni che periodicamente si rilasciano lungo faglie superficiali generando terremoti come quelli degli ultimi giorni in Emilia.

Inquadrato lo scenario, vogliamo ancora parlare di fracking? Lo trovo superfluo ma è giusto chiarire. Sotto un punto di vista meramente tecnico il fracking consiste nell’iniezione di acqua, o molto spesso fanghi, in profondità all’interno di una roccia contenente idrocarburi. Queste rocce particolari contengono gas o petrolio, che si trova però in cavità troppo piccole, che rendono difficoltosa l’estrazione. Le compagnie petrolifere allora aumentando la fratturazione della roccia incrementano la loro produzione di idrocarburi. Il fatto è che questa tecnica non sembra essere mai stata usata in Italia, mentre è diffusa in Nord America, dove la tipologia di rocce rende il fracking una prassi consolidata e molto studiata. Comunque, uno dei punti nodali della presente discussione è che il fracking sul web è stato spesso associato allo stoccaggio di gas naturale nel sito di Rivara. Occorrono alcune precisazioni: premesso che lo stoccaggio di gas naturale è già operativo in altre zone d’Italia dove non ha causato sismi, consultando il sito del ministero delle attività produttive ci si potrà render conto che tale concessione non ha tutt’ora superato il Via (Valutazione Impatto Ambientale). Ricordando poi che il fracking è una tecnica di emungimento (estrazione) e non di stoccaggio, ci siamo tolti dallo stomaco un sacco di parole pesanti e macchinose.

Cosa rimane? Rimane l’Appennino con la sua voglia di crescere che tutti i geologi conoscono da sempre.

Ma allora cosa possiamo fare? Direi spostare l’attenzione sul vero problema, cioè la normativa e il modo in cui viene applicata, dimenticando il fracking e i pozzi estrattivi di Mirandola.

A questo proposito, consultando la documentazione geologica, emergono dati interessanti. Per esempio nell’archivio DISS 2.0 l’Alto di Mirandola è chiaramente indicato come zona sismica ma, fino al 2003 nelle carte di pericolosità sismica tutta l’Emilia era considerata zona “non sismica”. Com’è possibile allora che i geologi, pur sapendo dell’esistenza di tali meccanismi, abbiano escluso il territorio emiliano dalle zone a rischio? Semplice: le carte di pericolosità si stilano in base ai “tempi di ritorno” cioè in base all’elenco di terremoti storici avvenuti nella zona, e l’ultimo in ordine di tempo avvenuto nei pressi fu quello di Ferrara di 500 anni fa , preceduto da un sisma più intenso nel XIV secolo. In altre parole, la sorgente sismogenica del ferrarese era ben nota ma purtroppo siamo in grado di individuare il possibile epicentro di un terremoto futuro, non di prevedere quando esso arriverà. Evacuazioni e allarmismi farebbero solo più danni, ma quindi che fare? Come salvare vite umane ed infrastrutture? Prestando attenzione alla normativa vigente, integrandola, se necessario, e lavorando con coscienza, costruendo edifici a norma. Dimentichiamo il fracking e l’operazione HAARP e parliamo di liquefazione, risposta sismica locale, e di amplificazione sismica.

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