Ti formatto con un tweet

By Redazione

maggio 31, 2012 politica

Di problemi il nostro sciagurato Paese ne ha a bizzeffe e stilare una classifica dei più gravi è quasi un esercizio di stile. Di certo, tra i più annosi ce ne sono due macroscopici e nel tempo divenuti  strutturali: la totale mancanza di senso di appartenenza dei blocchi sociali (e dei singoli cittadini) e delle professioni ad un progetto comune (non parlo di amor patrio che pure sarebbe giusto, se non fosse altro per pudore) e l’invecchiamento progressivo delle classi dirigenti, conseguenza di un impossibile ricambio generazionale nei luoghi di comando e di gestione.

I due problemi, come spesso accade, si intrecciano e si richiamano in un gioco di cause ed effetti in cui è difficile distinguere se sia nato prima l’uomo o la gallina. Di certo da qualche mese, al meno in ambito politico, si fa un gran parlare di “rottamatori” o di “formattatori”, ovvero del tentativo di “assalto organizzato” alle roccaforti del potere politico, da parte di giovani dirigenti tanto del centro destra che di sinistra.

Luca Ricolfi qualche giorno fa dalle colonne del “La Stampa”, ha dato un’analisi del fenomeno molto lucida e veritiera: i partiti (e non solo: fondazioni bancarie, imprese, università sono oramai preda della gerontocrazia) sono bloccati dall’incapacità di ricambio di leader, tanto per la resistenza dei vecchi capi al cambiamento quanto per la rinuncia dei giovani a dare battaglia. La chiama “sindrome di Carlo di Inghilterra” Ricolfi, quella che sclerotizza i giovani nell’attesa un po’ fatalistica del proprio turno. Intanto anche le seconde e terze file invecchiano: nelle università si va in pensione da ricercatore, nelle segreterie politiche frotte di ex-giovani promettenti imbiancano i capelli sull’uscio.

E’ il meccanismo di coptazione in forza in ogni luogo di potere che – unico metodo di ascesa anche per i meritevoli – taglia le gambe ai coptati i quali, oramai un po’ soddisfatti e molto riconoscenti non danno (e mai daranno) la spinta definitiva all’estromissione degli anziani e che rende quei luoghi di prossimità all’empireo, delle sale d’attesa in cui bivaccano, in perenne competizione tra loro,  schiere di aspiranti al futuro pronti ad attuare ogni piano pur di farsi notare dai capi.

In politica mi pare che da decenni il potere omologhi chi lo esercita (non c’è segreteria di partito esente da queste dinamiche), ma nel caso del Pdl il fenomeno è divenuto un vero e proprio metodo, una regola ferrea. Nei tempi del Berlusconismo rigoroso, ogni giorno c’era  quasi da stilare una sorta di “borsino” della vicinanza al sole e ai suoi pianeti. Se avevi un’iniziativa che ti sembrava interessante o utile non solo a te ma alla causa del partito, per assicurarle un’ipotetica riuscita dovevi chiedere a coloro che sapevano leggere i movimenti ascensionali o le cadute, a chi rivolgerti. Una volta Bondi, un’altra Verdini (tanto per dire)… ma no, vai da tizio che quell’altro oggi non conta più! Ma come – rispondevi –  ieri mi avevi detto il contrario. Appunto, ieri.

In Forza Italia non si cacciava (e mi pare ancora sia così, solo qualcuno, nel tempo, si è eclissato da solo) mai nessuno, e alla fine spesso a prevalere erano (e forse sono) logiche incomprensibili. Equilibri minati già dall’origine, perché se si tenta di bilanciare le peculiarità di un uomo con quelle di un altro che è il suo contrario, è evidente che si crea un antagonismo  a volte cruento e non la complementarietà forse sperata.

La stessa ascesa di Angelino Alfano alla segreteria, sacrosanta nei tempi e nella scelta, è stata resa piuttosto sterile dalle modalità. Perché non solo Alfano (pur pieno di meriti) è stato coptato e quindi incoronato con il rito e il crisma dell’acclamazione, ma la sua nomina non ha scaturito l’allontanamento dei tre coordinatori, né  l’azzeramento di altri vertici (regionali e centrali) a loro volta già coptati dai tre coordinatori del partito.

Oggi, con la triste (ma non certa e scontata) eclissi del leader indiscusso, chi comanda nel Pdl è ancora meno facile saperlo. Alla lunga il rischio dell’implosione, anzi della divisione è quasi una certezza. La fusione tra Forza Italia e An, mai del tutto metabolizzata (soprattutto sul territorio) rischia di spacchettarsi, ma anche le varie anime del partito (che aveva avuto il merito – grazie alla forza centripeta esercitata dal capo – di armonizzare l’impossibile) sembrano vagare in cerca di nuovi, più forti e convincenti modelli aggregativi.

Berlusconi ha avuto il grande merito e le capacità di inventarsi un partito dove ognuno esprimeva le sue diversità liberamente e senza disagio. Cattolici, laici, liberisti e riformisti hanno a lungo convissuto senza particolari frizioni (molto meglio del Pd dove la matrice sarebbe dovuta essere più omogenea), ma ora è evidente che le forze del centro destra hanno l’urgenza di individuare e esporre all’elettorato un nuovo collante culturale oltre che alle ragioni dello stare assieme. Non basta, infatti, essere alternativi alla sinistra se non foss’altro che la stessa sinistra per decenni si è retta assieme come alternativa a Berlusconi.

Ma dicevo dei giovani. Dei “rottamatori” che nel Pdl si chiamano “formattatori”, denunciando nel lessico la loro appartenenza ai cosiddetti “nativi digitali”,  i quali da Pavia (uno di loro è il nuovo e giovane sindaco della città) hanno certificato la loro esistenza in vita e iniziato la loro battaglia dinnanzi a diversi maggiorenti del partito e anche dello stesso segretario Alfano.

Il loro programma è affidato a dieci tweet. Dieci punti, dunque, partendo da un eloquente “e ora Terza Repubblica, la pagina è bianca scriviamola”. Tra gli argomenti la priorità va al lavoro, sintetizzato con  “più flessibilità e meno precarietà” perché il problema è per i giovani del Pdl l’eccessiva rigidità del sistema. I giovani “formattatori” chiedono anche un tetto massimo, da inserire nella Costituzione, fissato al 40% di pressione fiscale e dicono “no alle candidature di chi ha la fedina penale sporca”.

L’altro tema principale è l’Europa – sottolineano – che oggi è vissuta male e senza passione. Loro sono la generazione “low cost” e dell’Erasmus e che va a trovare gli amici nelle capitali di altri Stati con una assenza di confinii, preconcetti e limiti culturali. In sintonia con il segretario nazionale Angelino Alfano, anche i giovani pidiellini chiedono l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Tra le idee in forma di tweet  “Primarie a tutti i livelli, basta calati dall’alto”, così per rispondere a questa istanza Alfano, proprio a Pavia, ha annunciato la selezione di nuovi volti da inserire tra quadri nel partito. A Pavia il segretario ha infatti promesso che da giugno si trasformerà in talent scout e girerà l’Italia per cercare, tra i giovani amministratori, nuovi componenti della squadra-Pdl.  Altri punti: “Più merito nella pubblica amministrazione e vada a casa chi scalda la sedia” poi il “rilancio delle infrastrutture: sì alla Tav e alla banda larga”.

Il messaggio è chiaro. Condivisibile. A parte la divisione interna tra quelli che vorrebbero azzerati tutti i vertici (i più coraggiosi e meno “intruppati” hanno chiesto le dimissioni dello stesso Alfano) e coloro che dal segretario vogliono ripartire, il gruppo è poi compatto ed è senz’altro da salutare come il primo autentico movimento giovanile con istanze di cambiamento sorto all’interno di un partito che, felicemente nato come una “anarchica monarchia”, il dissenso l’ha sempre ovviamente gestito (come in ogni monarchia) al suo interno e senza pubbliche rivendicazioni.

Però, a differenza di quanto avviene nel Pd, dove l’attacco alla segreteria, ovvero a Bersani (e a quello che rappresenta) è diretto e quasi sfrontato – Matteo Renzi  sono mesi che chiede nuove primarie prima delle lezioni politiche – nel Pdl i toni della fronda sono più sfumati. Tanto sfumati da far pensare che siano, al meno nello loro nocciolo duro (coloro che hanno, gioco forza per coptazione, già qualche incarico), sobriamente etero-gestiti da alcuni maggiorenti dello stesso partito che, attorno ad Alfano, stanno costruendo un futuro legittimato dal basso e più diffuso. Forse sbaglio, ma anche se così fosse, andrebbe più che bene. Anzi  stupisce: sarebbe una ottima strategia per rimediare a quel gap di Alfano che si diceva prima. Per il centro destra, del resto, oggi tutte le strade per il rinnovamento sono buone. Anche una richiesta di “formattazione” che si risolve più mestamente in un cambio di “file”. A volte sono i mezzi a giustificare il fine.  

(totalità )

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